Ti scrivevo:
" Un solo giorno ancora
da colmare
sostiene l’Anno
sull’orlo della vista "

scuote un soffio tra i miei seni
di tre anni senza fine,
più del Nome chiama
ciò che resta di ogni goccia
delle mie ninive amate
nascoste nella stanza,
le garze d’acqua che porgevo
le hai scambiate col bicchiere-
aprendo le tue mani come ali
le alzavi fino al viso - inesistente,
afferrando l’aria di cristallo
portavi come un peso
dal deserto della gola
all’invisibile di luce
non so fin dove, madremia,
perché avevi degli angeli alle labbra,
la grazia nel tenere niente,
il mistero delle egrette sacre
a bere Nulla
con immagini prodotte dal respiro
l'unità sfiorata
è la distanza più incolmabile,
se riempio questa sera
di vigilia,
la ciotola col latte nel giardino,
e suono intorno-
un lamento circolare
nello sguardo ebbro di sentire
quel vuoto lieve tra le mani,
di bianchissimi elefanti nella gola-
cosa resta dell’assenza
come spazio
del suo Essere sublime.
Mi avvicino solo di un millimetro
che tutto può colmare
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