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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Nel seme del ridicolo....

Argomento: Letteratura

Articolo di Mario Lavagetto (Biografia)

Proposta di Redazione LaRecherche.it

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Pubblicato il 18/12/2007

Dal quotidiano Il Manifesto del 27 settembre 2006

Nel seme del ridicolo un frutto della verità

Tra le molte pubblicazioni di Adrien Proust, professore alla Facoltà di Medicina di Parigi, una merita di attirare l’attenzione dei lettori della Recherche. È un piccolo trattato, scritto a quattro mani, in collaborazione con il dottor Gilbert Ballet, che vede la luce nel 1897 e si intitola: Hygiène du néurasthénique. Sarebbe senza dubbio arbitrario pensare che il professor Proust, nel delineare quel profilo patologico, abbia attinto alla sua esperienza.di padre, ma molto spesso le descrizioni del trattato sembrano rispecchiare puntualmente alcuni tratti che in famiglia si era soliti attribuire al figlio maggiore. Il carattere del nevrastenico, così come prende forma in quelle pagine, è contrassegnato dall’ abulia, vale a dire - si sottolinea - da una «debilitazione della volontà» identica a quella che Marcel Proust riconoscerà ripetutamente in se stesso e trasmetterà ad alcuni dei suoi personaggi, a cominciare dalla narratrice di La confession d’une jeune fille per finire a Je narratore e protagonista della Recherche. Tra le cause della nevrastenia, accanto a quelle sociali ed ereditarie, i due autori indicano la mancanza di esercizio fisico; gli studi eccessivi la permanenza in un ambiente chiuso; il crearsi - all’interno delle scuole - di circoli esclusivi e cementati da curiosità o pratiche morbose; soprattutto l’onanismo.
La diagnosi non ha nulla di stupefacente ed è in linea con una lunga tradizione medica che un anno prima, nel 1896, era riecheggiata anche in un saggio di Freud, pubblicato in francese sulla «Revue neurologique», dove si affermava: «la nevrastenia propriamente detta [...]presenta un quadro clinico assai monotono [...]e non ha altra etiologia specifica che l’onanismo.»


Dalle suppliche alle contromisure

Per porvi riparo Adrien Proust e Ballet indicavano due misure: distrazione da tutto quanto può attirare «l’attenzione sulle funzioni sessuali» e «rigorosa sorveglianza di ogni istante». Anche in questo caso la sintonia con la pratica e la teoria dominanti era perfetta. Nella loro crociata «anti-onanistica», ha scritto PeterGay, i medici dell’Ottocento «non potevano sfuggire alla loro stessa cultura. Erano mariti e padri preoccupati come gli altri borghesi a proposito della precaria santità delle loro case e dell’innocenza minacciata dei loro figli.» Adrien Proust fu uno di essi e in un’ occasione - se crediamo a una lettera di Marcel- si spinse fino a «supplicare» il figlio di non masturbarsi per quattro giorni.
Si potrebbe dunque presumere che le prescrizioni e le contromisure raccomandate da lui e dal suo collaboratore avessero un riscontro in quelle adottate in casa Proust, e che, in conformità con le dietetiche meno oltranziste, consistessero in un uso persuasivo e capillare dell’autorità e dell’esempio; nell’amore; nel reciproco rispetto; in castighi giusti e solo eccezionali; in una discreta e continua sorveglianza. Ma - sempre in base alle lettere di Marcel- quelle prevenzioni o non risultarono efficaci o, in ogni caso, si fece ricorso a un ulteriore, diverso espediente terapeutico di cui nel trattato non c’è traccia.
Nella lettera (il cui frammento più significativo è pubblicato qui sopra) del 17 maggio 1888, indirizzata (poco importa se spedita o consegnata realmente) al nonno materno, Nathé Weil, vediamo affiorare un altro, più drastico - forse meno raccomandabile - rimedio: Adrien Proust, quando è in gioco la salute del figlio, sembra propenso a scavalcare i consigli terapeutici che suggerisce nel suo trattato. Ma non è tanto la successiva omissione del padre a colpire in quella lettera, quanto la singolarità di questo improvviso spaccato familiare. Le masturbazioni di Marcel diventano un oggetto di conversazione e di trattative che coinvolgono il figlio, il padre, la madre e il nonno alla ricerca di una possibile e empirica via d’uscita. Se non ci troviamo davanti a un semplice esercizio di quella che Proust, in altra occasione, chiamerà la sua "fumisteria trascendentale», è legittimo ricordarsi una tesi di Foucault: la società borghese ha costruito un gigantesco apparato non per rimuovere il sesso, ma «per parlarne, per farne parlare, per far sì che parli direttamente, per ascoltare, registrare, trascrivere e ridistribuire ciò che se ne dice [...]Si tratta [...]di una incitazione regolamentata e polimorfa ai discorsi».


Il risultato di uno sdoppiamento

In ogni caso quella lettera (a considerarla correttamente un testo e non un semplice documento) con la sua messa in scena di un adolescente, con il vaso rotto e l’emozione e il fallimento che impedisce di ottemperare al mandato paterno, è una delle prime (se non la prima) testimonianza del talento comico che affiora in moltissime pagine della Recherche. Il personaggio Marcel, così come Proust diciassettenne gli fa prendere forma nella sequenza del bordello, è insieme disarmato irresistibile e sospetto perché si avverte che la sua identità è evasiva ed è il risultato di uno sdoppiamento a regime variabile. Una volta confezionato un se stesso zimbello di se stesso, Proust lo colloca al centro della scena: insieme goffo, emozionato, disarmato e impavido come lo è chi scrive quella lettera e si rappresenta umoristicamente, tanto che nasce il sospetto di trovarsi di fronte a un gioco di sommessa rivalsa, a un ambiguo coinvolgimento dei destinatari.
La regia della scrittura e della rappresentazione è precisa, millimetrica: il protagonista si «dà da vedere», si mette in scena assumendo con molta fermezza la parte del ridicolo. Ma cosa c’è in quella parte che affascina così profondamente Proust? Cosa lo induce a farsene carico con tanta esplicita determinazione.
Il 26 giugno 1906 Proust scriverà a Robert Dreyfus che «Montesquiou fa opera d’arte con il suo ridicolo e lo ha meravigliosamente stilizzato». In modo ben diverso, aggiunge subito dopo, da quanto fa Ferdinand Gregh è ridicolo, ma non se ne accorge. Il primo pratica una forma d’arte: consapevole, aggressiva, protetta da un calcolo tanto vigile che, in una occasione, Montesquiou potrà confidare di essersi presentato in un ineccepibile e severo abito nero di fronte ai suoi ospiti che lo aspettavano in verde e in rosa per creare «l’attesa delusa del ridicolo». Nelle autorappresentazioni di Montesquiou Proust poteva riconoscere un sottile, lucido stratagemma per aggirare l’interlocutore, per invertire le parti e mettersi alle spalle di colui che ride senza accorgersi dello specchio che gli è stato collocato alle spalle e che lo rende a sua volta risibile.
Ma, per uno scrittore, anche il ridicolo di Gregh (quello inconsapevole) può risultare prezioso. Dieci anni più tardi, nel l916 Proust dichiarerà: «non sono me stesso quando sono solo, e non approfitto degli altri che nella misura in cui mi fanno fare delle scoperte in me stesso, o facendomi soffrire (dunque più con l’amore che con l’amicizia) o con i loro lati ridicoli [...]di cui mi prendo gioco ma che mi fanno capire il carattere delle persone.» .
Queste parole troverarmo ripetuta conferma e precisazione nella Recherche e possono essere capite solo nel quadro di una visione desolata, sgomenta e fallimentare che mette ripetutamente in dubbio la possibilità di spingersi oltre la superficie refrattaria delle apparenze e delle parole altrui. A più riprese la conversazione e l’amicizia vengono squalificate: si tratta di forme di finzione che non scalfiscono l’irriducibile alterità dei singoli, chiusi, murati in se stessi, indecifrabili nell’impenetrabilità dei loro corpi e delle loro parole. Ognuno cela in sé i propri segreti, la propria «verità» senza lasciarne evaporare nulla e proteggendola con pareti stagne, sigillandola all’interno di vasi privi di ogni trasparenza. Per quanto profondamente possiamo «simpatizzare con un essere reale», sostiene Proust, per quanto assidua sia la frequentazione che ci unisce, non riusciamo a violare la sua radicale opacità. Le cose vanno diversamente solo nel mondo della finzione dove, grazie a una «trovata»dei romanzieri, ci troviamo davanti a esseri irreali; dove quanto vi è di impenetrabile alla nostra sensibilità e alla nostra intelligenza è stato sostituito da qualcosa di «immateriale», di trasparente. Ancora vasi chiusi se vogliamo, ma costruiti in modo che ci sia possibile vedere nel loro interno: il corpo non è più un ostacolo opaco ma, come accade sulla scena - quando a occuparla è una grande attrice - un «abito purificato, vivificato» attraverso cui «l’anima» si diffonde ed è possibile ritrovarla.


Nella vita una prova generale dell’opera

Per averne ulteriore conferma e per misurare tutta l’intelligenza, ma anche la sicurezza, la preveggenza tecnica che si manifesta fin dalla prima mossa, torniamo alla lettera a Nathé Weil: certo quell’adolescente che si aggira nel salotto di una casa di appuntamenti in obbedienza a uno dei comandamenti paterni («Non masturbarsi»), che nell’emozione manda in frantumi un vaso da notte e che, per l’emozione,. non riesce ad avere un rapporto sessuale, è profondamente e consapevolmente ridicolo. Ma il ridicolo coinvolge anche il padre che ha imposto quella spedizione a cui l’inconscio del figlio sembra avere risposto con uno dei suoi più abituali e collaudati stratagemmi (1’atto mancato); la madre che1:onsig1ia di rivolgersi al nonno; Nathé Weil inchiodato al proprio ruolo di destinatario; e finalmente anche, contagiati e imprevisti, i lettori.
Nella vita quotidiana, che per uno scrittore (o almeno per quello scrittore in cui Je è destinato a trasformarsi) costituisce - diceva Debenedetti - una sorta di «prova generale» della sua opera, non c’è, per preparare la grande metabolizzazione dei corpi e delle parole, altra risorsa se non la raccolta, la catalogazione e la successiva, paziente decifrazione degli indizi e dei segni. Bisogna spiare, cogliere le impercettibili, aleatorie fessure che a volte un improvviso cedimento delle difese può aprire nelle superfici più compatte: è allora che un flash rapidissimo sembra gettare luce su quanto è abitualmente celato; le censure vanno in frantumi; qualcosa di preterintenzionale affiora e parla nell’istantaneo sgretolarsi dei codici.
L’anello di Gige, di cui ognuno sembra essere dotato nella realtà, è improvvisamente impazzito e chi lo porta è diventato di colpo visibile. La capacità di sorprendere il ridicolo, di approfittare dell’attimo in cui quanto è nascosto con ogni cura viene alla luce, si rivela allora una inesauribile risorsa: è li che si trova il punto di non tenuta, la rottura delle difese meglio organizzate; è li che si apre una breccia decisiva e che è necessario sfruttare. «Gli esseri più stupidi, con i loro gesti, le loro parole, i loro sentimenti involontariamente espressi scrive Proust nel Temps retrouvé - manifestano leggi che non percepiscono, ma che l’artista sorprende in loro. A causa di questo genere di osservazioni, i profani credono l’artista crudele, e lo credono a torto, perché in un aspetto ridicolo l’artista vede un ammirevole manifestarsi di una legge generale, non ne fa una imputazione contro la persona osservata più di quanto il chirurgo non troverebbe un motivo di disistima in una alterazione, peraltro abbastanza frequente, della circolazione; così l’artista si prende gioco dei lati ridicoli meno di qualsiasi altro.»


Affrancamento dal tempo perduto

Il ridicolo, dunque, non è più un pretesto per un gioco mondano o per piccoli ritorsioni: è uno dei punti chiave di una strategia della conoscenza e della creazione. Servirsene per scopi semplicemente caricaturali, per prendersi gioco di qualcuno equivale a lasciarsi sfuggire. l’opportunità che viene offerta da un’improvvisa smagliatura dei sistemi difensivi, del corpo o del discorso. Gli individui si trasformano in preziosi rivelatori di verità se chi li osserva è in grado di compiere un passo indietro, di straniarsi dalla propria «personalità sociale» che si adegua agli altri, al desiderio di compiacerli e al loro vincolante orizzonte di attesa. È un traguardo che viene pienamente raggiunto solo quando il grande arco narrativo della Recherche è ormai vicino a concludersi e l’io protagonista sta per affrancarsi dal tempo perduto: ha catturato i suoi personaggi e ha catturato se stesso; di tutti ha preservato il carattere e il ridicolo per offrirli - prezioso nutrimento - alla sua scrittura.

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