
LaRecherche.it
Antologia Proustiana 2016
TRENI
Invito
Anche quest’anno, a centoquarantacinque anni dalla nascita di Marcel Proust, festeggeremo il suo compleanno realizzando una nuova antologia, a lui dedicata e ispirata alla sua vita e opera, che sarà pubblicata in e-book, a distribuzione gratuita, il 10 luglio 2016.
Tutti sono invitati a partecipare inviando il materiale, attinente al tema proposto, TRENI, più sotto esplicitato, alla e-mail marcelproust@larecherche.it, entro e non oltre il 21 giugno 2016 (inviare in un file doc o rtf).
È possibile partecipare con poesie, racconti, disegni, fotografie o altro.
L’autore dovrà specificare a quale delle sezioni (si veda più sotto) dovrà essere associata l’opera proposta. In mancanza di tale indicazione, l’opera potrà essere rifiutata.
La redazione si riserva di pubblicare solo le opere che riterrà valide e attinenti al tema, senza l’obbligo di darne la motivazione. Il palese scostamento dal tema proposto sarà motivo di esclusione dall’antologia, così come il riscontro di gravi errori di ortografia/sintassi.
Con l’invio delle opere gli autori dichiarano, esplicitamente, che le opere sono di loro proprietà intellettuale, avendone pieno diritto di utilizzo, e sono esenti da qualsivoglia vincolo presso terze parti (editori, eccetera); con l’invio si concede a LaRecherche.it l’autorizzazione a pubblicarle nell’e-book e/o sulle pagine del sito.
Esplicitazione del tema
Mentre il tempo aveva iniziato a correre a velocità via via più folle verso quella che ricorderemo come modernità, Proust si chiuse nella sua stanza per tentare, riuscendoci peraltro benissimo, di trattenere i molteplici lembi svolazzanti dei tempi in subbuglio. Quante volte Proust ha compulsato freneticamente gli orari dei treni immaginando così di poter raggiungere, se solo ne avesse avuto la volontà o la forza, la persona amata. E quante altre è salito su di una confortevole carrozza ferroviaria per lasciarsi trasportare verso i suoi sogni, i suoi desideri. I treni scivolano tranquilli anche attraverso le confidenze, le risatine sommesse, gli ammiccamenti, lungo pigri tragitti per trasportare gli invitati a un ricevimento. E come non lasciarsi andare a piccanti confidenze sui sedili di placide littorine che con il loro lento incedere sembrano attraversare gli strati della società oltre a quelli della Banlieue parigina.
Sezioni dell’antologia
1] Il treno del ricordo: verso Combray.
Vista da lontano, dal treno, quando ci arrivavamo la settimana prima di Pasqua, Combray era, in un cerchio di dieci leghe, soltanto una chiesa che riassumeva la città, la rappresentava, parlava di lei e per lei ai lontani orizzonti e poi, quando ci si avvicinava, teneva stretti intorno al suo alto manto scuro, in aperta campagna, contro vento, come una pastora le sue pecore, i dorsi grigi e lanosi delle case raccolte, contornate atratti da un resto di bastioni medievali con un disegno così perfettamente circolare da far venire in mente certe piccole città nei quadri dei primitivi.
[ “Dalla parte di Swann - Combray”, Ed. Mondadori – Traduzione di Giovanni Raboni ]
2] Il treno della scoperta: verso Balbec.
Ero convinto di desiderare Balbec non meno intensamente del medico che mi curava e che la mattina della partenza, stupito della mia aria infelice, mi disse: «State pur certo che se solo riuscissi a trovare otto giorni per andare a prendere il fresco su una spiaggia, non mi farei pregare. Andrete alle corse, alle regate, sarà magnifico». Personalmente avevo già imparato, e addirittura molto prima di sentire la Berma, che l’oggetto del mio amore, qualunque esso fosse, l’avrei raggiunto sempre e soltanto al termine di un inseguimento doloroso, nel corso del quale mi sarebbe toccato innanzitutto di sacrificare a quel bene supremo il mio piacere, anziché cercare di realizzare questo in quello.
[ “All’ombra delle fanciulle in fiore”, Ed. Mondadori – Traduzione di Giovanni Raboni ]
3] Orari: i treni dell’infelicità e della malinconia.
Swann sprofondava nel più inebriante dei romanzi d’amore, l’orario ferroviario, che lo informava circa il modo di raggiungerla, il pomeriggio, la sera, il mattino stesso! Il modo? ancora di più, forse: l’autorizzazione. Perché, in fin dei conti, l’orario e i treni stessi non erano certo fatti per i cani. Se si faceva sapere al pubblico, per mezzo della carta stampata, che alle otto del mattino partiva un treno che arrivava a Pierrefonds alle dieci, ne derivava che recarsi a Pierrefonds era un atto lecito, per il quale il permesso di Odette era superfluo; e, inoltre, era un atto che poteva avere una motivazione del tutto diversa dal desiderio di incontrare Odette, visto che lo compivano ogni giorno persone che non la conoscevano, e abbastanza numerose perché valesse la pena di mettere sotto pressione delle locomotive.
[ “Dalla parte di Swann – Un amore di Swann”, Ed. Mondadori – Traduzione di Giovanni Raboni ]
4] Il viaggio del sogno negato: Firenze.
Poiché nel nome di Firenze non c’era posto per accogliere gli elementi che di solito compongono le città, fui costretto a far scaturire una città sovrannaturale dalla fecondazione, ad opera di certi profumi primaverili, di quello che mi sembrava, nella sua essenza, il genio di Giotto. Tutt’al più – e dato che un nome non è molto più capiente nella durata che nello spazio – appunto come certi quadri di Giotto, che mostrano lo stesso personaggio in due diversi momenti dell’azione, qui coricato nel suo letto, là mentre sta per salire a cavallo, così il nome di Firenze era diviso in due scomparti. Nel primo, sotto un baldacchino architettonico, contemplavo un affresco al quale si sovrapponeva in parte una cortina di sole mattutino, polveroso, obliquo e progressivo; nell’altro (poiché, pensando ai nomi non come a un ideale inaccessibile, ma come a un ambiente reale nel quale mi sarei immerso, la vita non ancora vissuta, la vita intatta e pura che io vi racchiudevo conferiva ai piaceri più materiali, alle scene più semplici, lo stesso fascino che hanno nelle opere dei primitivi) attraversavo rapidamente – per raggiungere il più presto possibile la colazione che m’aspettava con frutta e vino del Chianti – il Ponte Vecchio ingombro di giunchiglie, anemoni e narcisi.
[ “Dalla parte di Swann – Nomi di paesi: il nome”, Ed. Mondadori – Traduzione di Giovanni Raboni ]
5] Fischi lontani: insonnia, addii e distanze.
Mi chiedevo che ora potesse essere; sentivo il fischio dei treni che, più o meno da lontano, come il canto d’un uccello in una foresta, dava risalto alle distanze, descrivendomi la distesa della campagna deserta dove il viaggiatore si affretta verso la stazione più vicina, e il sentiero che percorre è destinato ad essere impresso nel suo ricordo dall’eccitazione che gli viene da luoghi nuovi e gesti non abituali, dai discorsi e dagli addii scambiati poco fa sotto una lampada straniera e che ancora lo seguono nel silenzio della notte, dalla dolcezza che si approssima del ritorno.
[ “Dalla parte di Swann - Combray”, Ed. Mondadori – Traduzione di Giovanni Raboni ]
6] L’amore per il calembour: in frac sul trenino verso la Raspéliere.
Il mio telegramma spiegava la telefonata dei Verdurin ed era stato tanto più tempestivo in quanto ogni mercoledì (due giorni dopo era, appunto, mercoledì) si celebravano, alla Raspelière come a Parigi, i grandi pranzi di Madame Verdurin, cosa che io ignoravo. La Padrona non “dava” dei pranzi, ma “aveva” dei mercoledì. I suoi mercoledì erano opere d’arte. Pur sapendo che, altrove, non avevano uguali, Madame Verdurin introduceva fra l’uno e l’altro sottili distinzioni. «Quest’ultimo mercoledì non era all’altezza del precedente, osservava. Ma credo che il prossimo sarà, in assoluto, uno dei più riusciti.» A volte, giungeva sino a confessare: «Questo mercoledì non era degno degli altri. In compenso, ho in serbo una grossa sorpresa per il prossimo
A Cottard, che voleva tornare, Ski aveva replicato: «Ma non c’è nessuna fretta. Non è il treno locale, oggi, è il treno dipartimentale». Deliziato dall’impressione che questa sfumatura nell’esattezza aveva prodotto su Cottard, aggiunse, parlando di sé: «Eh già, siccome Ski ama l’arte, siccome modella la creta, si pensa che non abbia spirito pratico. Nessuno conosce la linea meglio di me». Ciononostante, stavano tornando verso la stazione quando all’improvviso, scorgendo il fumo del trenino in arrivo, Cottard aveva lanciato un urlo: «Non ci resta che mettere le gambe in spalla!
[ “Sodoma e Gomorra - II”, Ed. Mondadori – Traduzione di Giovanni Raboni ]
7] Lussuria e confidenze: sulla Petite Ceinture.
Ma com’era possibile che Bloch, il quale – a quanto lei m’aveva detto allora – aveva chiesto d’esserle presentato, ignorasse il nome di Madame Swann? Ero così sbigottito che rimasi un istante senza rispondere. «In ogni caso, complimenti vivissimi, riprese Bloch, non ti sarai certo annoiato con lei. L’avevo incontrata qualche giorno prima sul treno della “Cintura”. Lei s’era degnata di sciogliere la sua a beneficio del tuo servitore, non ho mai passato momenti così piacevoli, stavamo anzi per combinare un successivo incontro quando una persona di sua conoscenza ebbe il cattivo gusto di salire alla penultima stazione.» Il mio ostinato silenzio, evidentemente, dispiacque a Bloch. «Speravo, mi disse, di potermi procurare, grazie a te, il suo indirizzo, per andare a casa sua a gustare, più volte la settimana, i piaceri di Eros, caro agli dei, ma non insisto, dal momento che tu affetti discrezione nei riguardi d’una professionista che si è data a me tre volte di seguito, e nel modo più raffinato, fra Parigi e il Point-du-Jour. La ritroverò pure, una sera o l’altra.»
[ “All’ombra delle fanciulle in fiore”, Ed. Mondadori – Traduzione di Giovanni Raboni ]
8] Stupore e disinganno da adulto: Venezia.
Mia madre m’aveva accompagnato per qualche settimana a Venezia e – siccome vi può essere bellezza tanto nelle cose più umili come nelle più preziose – vi godevo impressioni analoghe a quelle che tanto spesso, un tempo, avevo provate a Combray, ma trasposte su di una tonalità affatto diversa e più ricca. Quando alle dieci del mattino, venivano ad aprirmi le persiane, osservavo divampare, invece del marmo nero delle risplendenti ardesie di Sant’Ilario, l’angelo d’oro del campanile di san Marco.
Alle volte, al tramonto, rientrando all’albergo, percepivo che l’Albertine di un tempo, invisibile, era tuttavia chiusa in fondo a me stesso come nei piombi di una Venezia interiore, i cui cancelli arrugginiti erano talora sospinti da qualche inatteso incidente, fino a schiudermi una apertura su quel passato.
[ “Albertine scomparsa - II”, Ed. Mondadori – Traduzione di Giovanni Raboni ]
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