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Nel vento delle Janare [Racconto]
Testo iniziato da Anna Giordano il 28/01/2012 02:13:00
Nel vento delle Janare
Il vento soffiava dal nord infilandosi tra le colline e le montagne. Fischiava portando con se le parole dei vecchi che, seduti davanti al camino, raccontavano le Janare, figure mitiche che facevano parte delle credenze contadine dei luoghi, tramandate di generazione in generazione, alimentavano con il fascino del loro mistero, la curiosità di chi ne ascoltava le storie.
Quella sera Antonio e Filippo ricordavano le loro esperienze avute da giovani con una di loro, Mirandola, una donna di 35 anni che tutti conoscevano, ma che nessuno ancora era riuscito a penetrare il suo segreto, di cui si raccontava che, fosse sepolto sotto un enorme masso, sulla cima della collina sovrastante la loro umile casa, e che, se fosse stata rimossa, avrebbe inghiottito un vasto perimetro se non tutto il paese da lì poco distante, con un solo risucchio.
Nessuno sapeva che fine avesse fatto Mirandola. Quella sera il vento soffiava così forte che ad Antonio e Filippo pareva di sentire delle parole provenire da dietro le montagne e le colline, continuarono con i loro racconti; ma tra loro calò il silenzio quando entrambi iniziarono a distinguere, sempre più chiaramente, nella tormenta che montava, una voce insistente provenire proprio dalla collina sovrastante la casa di Antonio, dove si pensava sepolto il mistero di Mirandola. Si avvicinarono alla finestra, il buio non permetteva di vedere nulla, pensarono che fosse solo una loro suggestione, ma un forte timore li prese, quella notte dormirono insieme, quasi abbracciati, poiché Filippo non si sentiva di tornare a casa data la tarda ora e la tormenta, ma soprattutto a causa di quella voce.
"Sott’all’acqua e sott’u viento, sott’a u noce e Beneviento". Antonio continuava a ripetere a Filippo che quelle erano le parole che il vento aveva portato sino a loro durante la notte. Fili, così lo chiamavano gli amici, scuoteva la testa mentre ingurgitava sorsate di caffè bollente per scacciare il freddo che gli era rimasto dentro, senza riuscire a mettere in bocca un solo biscotto tanta era la paura che ancora gli serrava lo stomaco.
"Antò, ti dico che la voce non diceva nulla di tutto questo. Sembrava più un lamento straziante ed io ho distinto solo le parole fuoco, figlio e perchè."
"Ed io ti dico che lei vuole che noi si vada sotto al noce."
Erano così presi che neanche s'erano accorti che il sole fosse ormai alto.
"Adesso, l'unico posto dove dobbiamo andare è a lavorare. stasera ci rivediamo qui e vediamo cosa succede".
Per Antonio quella giornata fu tragica. Per prima cosa inciampò, in ufficio, nella gamba della propria scrivania, proprio mentre stava entrando il direttore; Antonio, vista la nottata in bianco, aveva una tazza di caffè bollente e nerissimo in mano, il direttore, aveva una bella camicia bianca con cravatta arancione, si era tolto la giacca dal gran caldo che quel giorno era arrivato inaspettato, Antonio si resse a malapena ad una sedia, ma la tazza volò sulla camicia del direttore.
A Filippo, invece, non era accaduto nulla di strano. Anzi, per dirla tutta, era passato senza accorgersene sotto ad una scala e, guardando in terra, aveva trovato un'anonima banconota da cinquanta euro in terra. Durante la pausa pranzo aveva rovesciato la saliera con il risultato che, un cortese inserviente, gli aveva sostituito il vassoio del pasto con un altro "arricchito" da una bella fetta di dolce alla frutta che a Fili era proprio sfuggita quando, in fila al banco del self service, rimirava le pietanze esposte. Infine, al ritorno, un gatto nero gli aveva attraversato la strada, costringendolo ad una brusca frenata con conseguente tamponamento. Nello scendere per controllare l'eventuale danno, non solo aveva potuto riscontrare che il fascione posteriore era miracolosomante intatto ma aveva fatto la conoscenza dell'avvente automobilista che l'aveva urtato ed era rientrato in auto con il suo numero di cellulare memorizzato nell'i-phone.
L'unica nota stonata era stata quella voce, accorata e tristissima, che ripeteva "fuoco, figlio, perchè?": lo aveva tormentato per tutto il giorno.
Filippo, come da accordi, prese la strada in direzione della casa di Antonio. Non aveva importanza per lui non rincasare neppure quella sera, nessuno lo aspettava. Se era necessario si sarebbe fermato a dormire da lui anche quella notte. D'altra parte, anche se la giornata era trascorsa abbastanza tranquillamente, pur costellata da avvenimenti strani e positivi, in fondo al suo cuore permaneva l'angoscia per quelle strane parole ascoltate, trasportate dal vento.
Si disse che forse si erano lasciati suggestionare dall'ambiente circostante per aver ricordato quel loro lontano amore di gioventù: Mirandola. Cercò di rasserenarsi e dopo aver percorso la tortuosa strada che portava alla casa, Fil finalmente arrivò. Notò subito che la macchina del suo amico non c'era ancora. Si meravigliò un poco perchè normalmente a quell'ora Antonio era sempre rincasato. Intanto il buio stava prendendo il sopravvento sul chiarore del giorno. Non le restò che aspettare l'amico al riparo, all'interno della sua automobile. Faceva freddo e sentiva che il vento era di nuovo in agguato, si preparava a farsi compagno delle tenebre, come nella notte appena passata. Un brivido lo attraversò tutto, le parve di sentire un lamento lontano, ma poi si dette dello sciocco. non c'era alcun lamento ma solo la voce naturale del vento. Intanto il tempo passava, adesso era circondato dalla notte, negli sprazzi di cielo senza nubi brillava timidamente qualche puntino luminoso, ciò lo rincuorò un poco. Di Antonio, però, ancora non si vedeva traccia.
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