Pubblicato il 18/06/2008
Dagli Amish alla Val di Taro una fattoria equa e solidale
Ottanta ettari di terreno, quattro edifici in sasso, allevamenti allo stato semibrado ed esperimenti di anti-psichiatria. Tutto questo è "Macinarsi", fattoria ecologica e comunitaria nell'appennino parmense
Berenice è cresciuta in cucina, allevata tra il lavandino e il forno. Ora che pesa circa 6 quintali divide 80 ettari di pascolo con altre 29 mucche. Sono poche, pochissime, quanto basta perché allevarle non alteri l'equilibrio ambientale. Con il loro ruminare, al fianco di qualche capretta tibetana e di poche pecore, i bovini della fattoria Macinarsi rispettano l'ecosistema, producono carne di qualità con tanto di certificazione biologica e si mantengono al di sotto della soglia di decrescita… Berenice e le altre sono una "mandria allo stato semibrado", il cuore di una fattoria ecologica, nata nel ventre della Val di Taro, dalla passione per la campagna di un progettista del verde con un passato da duro e puro dell'ecologia.
Antonio Cammarota è nato e cresciuto ad Arese, in provincia di Milano, ha iniziato a disegnare e progettare giardini privati, ma a 25 anni si è accorto che la città non era la sua dimensione: troppe persone di corsa, poco tempo per sognare e vivere, asfalto e inquinamento, bisogni indotti e morsa del consumismo: "Non faceva per me". I genitori avevano una casa sulle colline di San Martino: l'abitazione più vicina a un chilometro e mezzo, una strada dissestata e in salita per arrivarci, terreno fertile a perdita d'occhio.
"Per quattro anni ho vissuto senza acqua corrente ed energia elettrica. Da solo in Val di Taro". Si lavava alla sorgente con il sole e con la neve, bruciava la legna per scaldarsi e per nutrirsi, oltre ai prodotti della terra, aveva i suoi animali. "Non riuscivo ad ucciderli, chiamavo sempre un contadino della zona". Fino a quando i cani lasciarono agonizzanti alcune pecore sul prato: "Dovevo decidere se lasciarle morire lentamente o mettere fine io a quell'inutile sofferenza". Scelta difficile, ma obbligata: le ha uccise.
Antonio decide di partire, si mette in viaggio, attraversa l'oceano e arriva in Belize: non sogna il mare, le barriere coralline, le immersioni. Cerca gli Amish, arrivati dall'America negli anni '50. Per due mesi vive e lavora nella comunità di contadini e artigiani, tenendo la "civiltà" fuori dalla porta, rifiutando l'elettricità e ricorrendo ad altre forme di energia. "Anche il dentista del villaggio per operare collegava il suo trapano non a una presa di corrente, ma a un cavallo che fuori dalla finestra girava attorno a una ruota. L'energia cinetica che sprigionava bastava al fabbisogno dello studio medico".
Antonio è affascinato da questa vita, ma crede che trapiantarla in Val di Taro o in Italia avrebbe un prezzo troppo alto: rinunciare alla condivisione. "Abdicare in nome dell'ambiente alle comodità della modernità è una scelta difficile, che non tutti sono in grado di fare. Io volevo aprire il mio mondo ad altri, creare un modello esportabile". Decide così di trasformare il suo rifugio in una comunità aperta. "Tornato a Milano mi stupisco vedendo vicino alla stazione centrale numerosi immigrati senza un tetto e un lavoro. Allora propongo, in cambio di vitto e alloggio, di lavorare con me". Nessuno sfruttamento, tre ore al giorno con gli animali, a fare il formaggio o nei campi. "Sono passate tante di quelle persone… Poi un'amica medico mi ha messo in contatto con uno psichiatra che voleva sperimentare forme alternative all'ospedalizzazione".
Così sette anni fa la fattoria Macinarsi diventa "famiglia che accoglie" e inizia a prendersi in carico persone con problemi psichici e, in un caso, due detenuti con il beneficio del regime alternativo al carcere. "L'ospitalità sociale è una risorsa per evitare lunghi e inutili periodi di ospedalizzazione a persone che hanno bisogno di ritrovare un proprio equilibrio in un ambiente tranquillo in cui lavorare e responsabilizzarsi. E' una possibilità di recupero anche per chi deve pagare per i suoi sbagli: le carceri, è noto, sono strutture che non recuperano e non restituiscono persone sane alla società, mentre la campagna e la convivenza impongono regole che migliorano le persone".
Antonio ha trasformato i suoi sogni, ha deciso di condividerli, ha creato una strana comunità rurale in cui si condividono i disagi e la fatica, ma in cui si vive nel rispetto dell'ambiente e degli altri. "Siamo autosufficienti e la fattoria, nonostante ora abbia energia elettrica e acqua corrente, non altera l'equilibrio ambientale perché si mantiene, rigorosamente sotto la soglia di decrescita". E'un concetto importante per un fattore moderno che impugna la zappa e legge trattati sul consumo critico e l'ecologia. Che riscalda la casa con la legna dei suoi boschi, che installa pannelli solari e presto - "almeno spero"- quelli fotovoltaici, che ingrassa con cereali gli animali destinati al macello solo negli ultimi due mesi di vita per non sprecare più energia di quella "che serve per un mese a utilizzare un'auto in città".
(La Repubblica, 16 giugno 2008)
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