L’EVOLUZIONE DELLE FORME POETICHE
(La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio)
a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo
E’ uscito - per i tipi di Kairos Edizioni - un corposo volume antologico, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, che si propone un fine ambizioso: essere un resoconto della migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio.
Un’ambizione orgogliosa ma tutt’altro che altera se è vero, come è vero, ciò che si legge nell’introduzione a firma della Curatrice stessa dell’opera: “Questo consuntivo oggi non ha la pretesa di essere ‘il vangelo’. Si presenta con l’intraprendenza e il rischio di un tentativo di storicizzare la produzione meritevole di essere trasferita alla pagina della Storia della Letteratura, sintetizzare, (magari in modo opinabile) un referente storico che intende essere un censimento, una sperimentazione ‘in limine’”.
Bene: cosa si evince da queste parole? Io credo che, intanto, non possa mettersi in discussione la buona fede del criterio selettivo (discutibile? Ci mancherebbe altro, ma senza dimenticare che dal dibattito prendono vita le nuove idee). C’è, però, una riflessione - a mio avviso - molto più importante da fare: parlare del coraggio con cui si è affrontata un’operazione che presta il fianco a critiche di vario genere; non ultima, quella di ritenerla un’impresa improba e, dunque - a causa della sua stessa complessità - deficitaria a diversi livelli (che so - tanto per addurre un esempio - restringere la cerchia in modo tale da riservare l’abbondanza delle pagine all’inclusione di una sommaria appendice critica).
Reputo necessario, a questo punto, un onesto e doveroso chiarimento: mi trovo anch’io tra i poeti antologizzati, e la mia disamina potrebbe apparire partigiana, se non fosse che spesso le cose si vedono meglio dall’interno che dall’esterno; e, “da dentro” - posso assicurarlo - non si percepisce nessuna sensazione negativa. Voglio dire che nei versi proposti è riscontrabile - ed è già tanto - quell’amore per la scrittura che, secondo Antonio Spagnuolo (autore della postfazione), indica una “qualche ribellione, un certo fermento, una volontà di riappropriazione del linguaggio”.
Mi sento di condividere appieno la sua opinione, in considerazione del fatto che quanto sostiene il Critico partenopeo equivale a mettere il dito nella piaga, ossia sull’inquinamento di quello che ama definire “il patrimonio culturale della società civile”. E quale migliore retaggio eredita, ed è in grado di trasmettere, un popolo al di fuori della miniera di valori contenuti nella propria lingua e dalla stessa, in successioni evolutive, tramandati?
Ecco, allora, che impellente torna il bisogno di opporsi alla vacuità e - sarà bene non dimenticarlo - in misura proporzionale al dilagare della crisi etico-culturale. “La comunicazione di oggi appare un modello standardizzato” - scrive la Di Stefano Busà - e Spagnuolo parla di omologazione, di “appiattimento palese della validità linguistica”: entrambe le argomentazioni riconducono alle cause, sono gli effetti della dittatura tecnologica, della dipendenza televisiva sulle masse.
Ma la poesia come vive, come si colloca in tutto questo? “Diciamolo subito - sostiene ancora la Curatrice - non esistono due linguaggi: uno surreale, magico, ermetico, inaccessibile ai molti, e uno feriale, per i comuni mortali. La Poesia può vibrare ovunque in maniera del tutto naturale”. È questa la sua arma segreta, il suo asso nella manica, la forza primordiale che le permette di spuntare, come un filo d’erba, tra le crepe dell’asfalto. L’uomo, seppure “decapitato”, non potrà mai farne a meno, non potrà fare a meno della poesia della vita complessivamente considerata: sarebbe come rinunciare alla parte più vera di se stesso.
L’archivio storico, alla cui realizzazione meritoriamente si è voluto lavorare, assume quindi un valore che va oltre la crestomazia e si presenta diffusivo di un discorso non più derogabile. La parola poetica necessita di un terreno fertile, dev’essere riabilitata agli occhi dei giovani, i quali sono stati disabituati a capire che “la fruizione del testo poetico non si esaurisce con la comprensione” (vedi di nuovo la postfazione); il loro orecchio è quello meglio predisposto a seguirne il ritmo interno, la musicalità che può - ne sono assolutamente convinto - ridare dignità e ossigeno.
Nel concludere, accolgo perciò con vivo piacere l’intenzione degli autori di portare l’antologia nella Scuola: da lì si deve ripartire, anche per superare quella “sorta di soggettivismo-individuale” che - come dice la Busà - sembra essere impazzito.
Per la stessa ragione, e ovviamente per non far torto a nessuno, ho fondato la mia riflessione sull’efficacia storico-educativa dell’opera.
Sandro Angelucci
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