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Raccolta di testi in prosa di Rita Mura
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Linfa

Alle porte di una campagna, rimaneva incastonato, un grande segreto impresso negli anni e lasciato lì come dono verso valorose persone che avrebbero posto nel futuro il rispetto, l’amore e l’accoglienza. Quella parte metallica, ricamata ed intagliata, segnava in quegli anelli ricreatisi negli anni, una luce di forza avvolta e quasi completamente ricoperta da un legno forgiato nella sua crescita naturale.

 Linfa era una giovane ragazza quando decise di porre su un ramo di ulivo, un ferro di cavallo con particolari incisioni, ritrovato poco distante. I famigliari avevano sempre considerato il ferro di cavallo simbolo di forza e protezione e decise di conservarlo all’ingresso della tenuta e incastonarlo in segno di presenza e luminosità nell’ulivo simbolo di futura rigenerazione.

Linfa passò la sua gioventù in piena serenità tra studi, sport e passeggiate nella natura. Amava colori e profumi, passava ore nell’osservare fioriture e i paesaggi mutevoli delle stagioni. Aveva acquisito negli anni una grande conoscenza su colture e alberi da frutta e seguiva la lavorazione delle olive e dell’olio ricavato. Era appassionata di astrologia e segnava il tempo e le fioriture analizzando momenti di prosperità o decadenza.

L’ulivo aveva negli anni mutato il suo aspetto divenendo rigoglioso nella sua chioma. Crescendo sembrava quasi regalare colori nei piccoli granelli fioriti, una polvere giallastra che imbiancava nell’abbondanza e solennità, le distese e i valichi, donando rigogliosi frutti e splendenti aromatizzati olii. Linfa era soddisfatta dei risultati raggiunti e decise di creare un’impresa con metodiche antiche di macinazione in pietra. Aveva trovato nella vallata poco distante una grande macina in pietra di un biancore marmoreo. Posta alle spalle in quella longitudine, riusciva a vedere la sua tenuta e osservando tale bellezza, notò un giorno, un particolare veramente strano. Vicino al cancello oramai sormontato dal verde degli ulivi, una luce diversa sembrava risalire verso il cielo e creare un semicerchio. Rimase lì appoggiata in quelle pietre fino al calare del sole incollata con la testa all’insù. Non capiva da cosa potesse nascere quella luce, da un tramonto infuocato comparve una scritta nel cielo che riportava la forma del ferro di cavallo. Era difficile riuscire a leggere bene da quella distanza perché oramai la notte stava calando.

Si incamminò verso il fondo valle per ritornare a casa, un vento sembrava accarezzare nel suo frizzante gelo, il viso e le mani e accompagnare il suo rientro. Era diventato tardi, decise di rimandare a domani la soluzione di quel mistero, la notte era nella parte più oscura che rendeva difficile orientarsi. I pensieri legati a quella visione non portarono un buon riposo e nel girarsi e rigirarsi nel letto, le ore scandirono la curiosità che attendeva il nuovo giorno.

Le prime ore del mattino schiarirono la stanza dal buio lasciato dal passaggio del vecchio giorno, donando nelle fessure delle persiane lasciate socchiuse, un nuovo respiro che attendeva una nuova giornata e preannunciava limpidezza e solarità nei raggi ancora bassi. Linfa si incamminò fuori nel piazzale ancora scompigliata dal risveglio con indosso le vesti della notte. Le piaceva il respiro del mattino nella sua frizzante armonia e il cinguettio dell’allegra rinascita. Pose la mano verso quel ferro che aveva adagiato tanti anni fa e con grande fatica riuscì a prenderlo. Oramai sembrava inglobato nella crescita dell’albero. Lo prese in mano e lo osservò rimanendo colpita dalla scritta che molti anni fa non aveva letto o forse neanche visto:

‘La chiave e qui posta per la nostra dimora della luce’. Linfa era sorpresa e non ne comprendeva il significato. Vagò poco distante e quasi inciampò su una lastra in parte di vetro e in parte metallica che non aveva mai attirato l’attenzione. Posti in superfice c’erano due fori e si rese conto che proprio da lì fuoriusciva luce che rifletteva verso l’alto. Prese il ferro di cavallo e lo incastonò a testa in giù verso le due fessure e subito dopo come d’incanto senti un click come se si fosse azionato in automatico un marchingegno meccanico. La botola si aprì e fu visibile una scala che portava verso il basso. Linfa era indecisa sul da fare, era sola e non sapeva cosa avrebbe trovato scendendo. Prese un gran respiro e decise di scendere.

Si presentò ai suoi occhi un nuovo universo, sormontato da mari e cieli incastonati nel ghiaccio. Uomini e donne vivevano in una dimensione parallela di luce e tranquillità con costruzioni geometricamente perfette che riflettevano luminosità lunare e ricreavano con i loro materiali produzione energetica propria. Si avvicinò per entrare in contatto con queste genti ma si rese conto che quei pannelli che lei riusciva a toccare erano solo schermi o riproduzioni di un qualcosa che andava oltre il suo immaginario o la sua comprensione. Solo una cosa le rimase impressa ed era la pace di una vita lontana dalla distruzione o dalla negatività. Prese una decisione, salì quelle scale e richiuse la botola ponendo quel ferro impresso nella natura.

Chissà se nel tempo e nella luce tra giorno e notte Linfa avrebbe mai svelato il suo segreto. Decise di porre nella natura la sua luce e il suo nutrimento come dono alla terra e alle sue meraviglie, non incastonate in un vetro di protezione ma libere ed aperte a tutti nella scelta delle proprie azioni.

 

 


Id: 5866 Data: 02/02/2025 14:20:37

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I custodi del tempo

Esistono isole che mantengono nella loro storia, vissuti e atmosfere di straordinaria bellezza e inverosimile cangiante forma. Il vento con sua forza sferzava coste e rocce, risuonava impetuoso tra mari e monti, diruppi e scarpate, smuovendo e scolpendo storie d’invincibile ripresa e cambiamento. Il mare, scosso nel suo agitato ondeggiare, sospinto in burrasca e scagliato con sferzante violenza nelle scogliere sovrastanti, esprimeva nella sua schiuma biancastra ricreata, particelle di salsedine pullulante di vita che evaporava con la sua essenza l’aria circostante.

In quella parte di mondo si rispecchiavano occhi rivolti verso un infinito mare d’azzurro che coglievano custodi, tramonti d’inverosimile bellezza, regalati ad una natura, baciata da un sole calante nella sua rossa espressione d’impatto e di emozione. Quei custodi, rivolti a quelle coste, regalate al suo regale impero, erano sculture naturali che intramontabili mostravano l’epoca passata di ricordi e valori. Erano li, quasi ai due opposti dell’isola e mostravano nella loro impotenza una bellezza intramontabile e forgiata, quell’aria protettiva che soffiava silente nel circostante spazio. Erano la roccia dell’orso, temuto e maestoso, simbolo di forza,  potenza e unione tra cielo e terra e la roccia dell’elefante simbolo di intelligenza, protezione e senso sacro. Due ponti creati naturalmente dal vento penetrato e curato nell’istante in quelle coste dove era solita recarsi nelle sue quotidiane letture Marianna.

Assorta nei suoi libri, varcava il suo pensiero verso mondi estranei al volgere di quel tempo che risuonava armonioso quasi avido di quelle letture che sfogliava e rigirava in un richiamo ostacolato alla serena distesa di un foglio insensibile al riposo voluto. Infastidita, distolse lo sguardo richiudendo quella lettura oramai stropicciata e virando quello sguardo verso quella corrente interminabile che scompigliava i capelli rubati a quel vento, nell’attimo riposto di pausa.

Il cammino verso casa sembrava quasi sospinto da quella corrente che spingeva il suo percorso in un aiuto ricreato quasi naturale. Aveva disperso le sue ispirazioni che erano state avvertite e consigliate in quei sogni che varcavano l’irreale per un reale non possibile e concreto per essere vero. Cercando risposte aveva solcato più volte quei sentieri così tortuosi e indolenti dal capire, aveva ricercato nei libri quelle risposte che non ponevano fine al suo eterno dilemma. Non poteva riporre da parte ciò che aveva nascosto e scovato, non poteva allarmare e suscitare timori tra le sue genti. La pergamena ritrovata ricreava dubbi sul suo autentico valore.

Quel foglio aveva qualcosa di così mistico che le ricordava alcune pergamene donate da amici provenienti dall’oriente, quei segni e quelle colorazioni donavano una visione antica ed arcaica ma incomprensibile per le sue conoscenze. Capì col tempo che il suo studio non avrebbe portato ad una risoluzione del dilemma, doveva trovare qualcuno disposto ad ascoltarla e chiarire i suoi dubbi. Decise di recarsi nell’entroterra dell’isola, sapeva che esisteva un saggio che viveva isolato nelle foreste a ridosso di un massiccio intagliato in una caverna scavata nella montagna.

Dopo due lunghi giorni di cammino arrivò in cima al monte granitico indicato dai racconti paesani posto su un ruscello racchiuso nel suo verde intenso che ricreava nella sua cascata poco distante una tenda adagiata alla scoscesa altura. Sormontata dietro un enorme masso oramai vischioso dal suo manto intatto e mai riscoperto, giaceva una piccola insenatura che ricreava un arco incavato in quell’oasi. Marianna decise di richiamare l’attenzione per ritrovare l’uomo:

‘C’è qualcuno? Vengo da lontano per avere delle risposte.’ La sua voce risuonava e cadeva debole soppiantata dal rumore di quell’acqua che discendeva interminabile.

Stanca si sedette nella riva ammirando e attendendo in quello splendore che donava riparo e protezione alla sua mente. Riprovò con voce assorta e poco decisa:

‘Sono Marianna …c’è qualcuno?’ Anche questa volta il suo richiamo sembrava inerme e quasi privo di suono.

Decise di prendere la pergamena per ricontrollarla. La prese in mano, la distese nel suo ripiegato foglio e si pose in direzione della luce. Si alzò improvvisamente un flebile alito di vento che riportò su quel foglio delle gocce d’acqua salmastra. Il foglio risvegliato da quell’interminabile tempo, mutò nell’aspetto, donando a quei simboli riportati, un chiarore che volteggiò nell’aria creando un cerchio concentrico. Una scritta apparve impressa nell’aria sovrastante.

Marianna non riusciva a credere ai suoi occhi, non capiva se il tutto fosse reale o fonte di un sogno. Una voce si ridestò dalla montagna e iniziò a leggere quelle frasi:

‘Qui rivivono i custodi dell’isola che immortalati nella pietra forgiano i caratteri protettivi della natura. Noi custodi riponiamo in voi il valore della vita e il cerchio inviolabile dell’universo’

Marianna non capiva. Cosa voleva dire tutto ciò?

Quella voce divenne più vicina e dalla piccola insenatura uscì un vecchio con una barba incolta che andando verso di lei le porse la mano. ‘Poni quella pergamena nell’acqua e respira’.

Marianna oramai in preda all’indecisione seguì quelle parole e adagiò la pergamena. Disciolta nell’acqua apparve l’immagine di una donna incastonata o impersonata in un albero che con una grossa chioma e una forma ricurva, allungava le sue mani che ramificavano e ricreavano la natura circostante. L’uomo si girò verso di lei e disse:

‘Non avere paura. Osserva la velocità della mutazione, osserva il creare e il perdere, respira l’aria e la distruzione, la mezza luna è lo spicchio della creazione dell’universo che dall’alto osserva e dona nel suo passaggio del tempo. Tutto viene creato per una memoria e nella memoria lasciato come un passaggio che deve destare e ricordare. In quel mostrare, colsero la sua attenzione quelle rocce care alla vista e compagnia quotidiana che mostravano in quel tempo veloce il loro crearsi e mutare sospinte da quegli agenti atmosferici violenti e mordaci.’

Marianna ascoltava ma non capiva.

‘Non sforzarti di capire. Esistono dei custodi che rivivono la storia che muta e ritorna. Quella roccia scalfita e scolpita, costruita e mutata rappresenta il tempo. La presenza del lascito è su di noi che creiamo una traccia del nostro vivere, un segno inviolabile che muterà quel futuro che forgiamo nel presente.’

Marianna aveva finalmente capito. Voltò le spalle e alzò lo sguardo verso quelle lacrime che ricadevano forti sul suo viso e riflettevano in quel cielo raffermo e scolpito, la mezza luna che attendeva solo il suo cammino rispettoso in quella natura ricevuta e aperta per essere trasmessa.

 

 

 


Id: 5856 Data: 24/01/2025 18:47:11

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Il drago bianco

C’era una volta in una desolata distesa montuosa una piccola oasi paradisiaca. Picchi montuosi correvano tra i venti portando con sé echi di crepitanti rocce che calavano i loro colori riscoperti da ghiacci perenni. In quel silenzio infinito, un cielo d’azzurro porgeva il suo inchino a quelle acque splendenti di freschezze che ringiovanivano il loro aspetto col calare di rigagnoli riaffiorati dalle nevi disciolte. Come per incanto riprendeva vita il lago raffigurato in ogni memoria d’infanzia e tramandato negli anni dagli anziani del piccolo borgo.

Circa ogni mille anni si ripeteva come d’incanto la rinascita di queste acque cristalline che prosciugavano il loro intermittente aspetto in pochissimi istanti. Il ripetersi di questo evento aveva portato nei secoli al sorgere di diverse leggende molto fantasiose per tutti gli abitanti come il nome che aveva risvegliato e attirato milioni di turisti: Il Drago Bianco. Era veramente strano come una storia davvero inverosimile potesse creare nella zona la rinascita dell’economia e dei mercati del piccolo paesino montano. Mercanti avevano approfittato della leggenda del drago per creare oggettistica per i piccoli mercatini che facevano rifiorire l’economia con creazione di magliette sponsorizzate, maglioni lavorati con la lana pregiata della zona, monili, gioielli, stampe e piccola oggettistica, tra cui calamite, dittali, sfere di neve, portachiavi e canovacci. Tutto creato senza porre attenzione alla storia, alla credenza e al rispetto del silenzio di quelle montagne.

Peter fu il primo che nel suo solito cammino di montagna mattutino vide la nascita di quel lago. Su un valico tra una vetta e l’altra si era creata un’immensa distesa d’acqua di una colorazione quasi indefinita per quelle zone. Aveva un aspetto fiabesco perché tra il bianco della neve e del ghiaccio, il grigio scuro delle rocce e il verde dell’alta vegetazione era insolito vedere un lago con una colorazione che poneva al suo centro un colore rosso acceso che andava a decrescere sull’arancione e rosa pallido nelle sue rive distese. Quasi a ridosso delle rocce erano presenti piccoli cumuli di polvere bianca che sembravano sospinti dalla corrente e creavano dei piccoli rigagnoli con pozze intagliate. L’acqua sembrava ribollire e dal gorgheggio risuonava come un eco, uno stridio irreale e cavernoso. Peter rimase pietrificato e senza parole. Non aveva mai visto niente di così strano ma soprattutto irreale. Accecato da tale visione non capiva se chiedere aiuto e scappare o sedersi e riprendersi cercando di mettere a fuoco tale visione.

Nessuno avrebbe creduto se non vedendo l’inverosimile, perciò, decise di prendere dalla sacca il cellulare e immortalare tale visione. Nella fretta di fare il primo scatto e cogliere le immagini non si rese conto di dove avesse messo i piedi. Tutta la zona circostante a causa del calore riportato dal lago si stava disciogliendo, rinvigorendo sempre di più quel lago. Il ghiaccio perdeva la sua consistenza e il crepitio circostante era causa del distacco di enormi blocchi. Fu così che in un attimo venne a cedere il terreno sottostante trascinandolo giù nella riva sottostante. Fu bloccato nella sua improvvisa discesa da una montagna di polvere bianca che poi non era altro che sale. Ripreso dallo spavento improvviso e dal terrore di quella improvvisa discesa posta quasi a ridosso della falda acquifera, ritornò in sé e quasi trionfante, sorrise nel non aver distrutto il suo inseparabile telefonino. Guardò lo schermo per controllare la funzionalità e rimase sbalordito. Era rimasta impressa una foto, si guardò intorno ma tutto sembrava nella norma. Il suo unico pensiero era andare via.

Nella sua assenza di pensiero si ritrovò in breve tempo a casa, chiuse l’uscio a chiave e illuminò tutta la casa. Era consapevole che non avrebbe dormito tutta la notte con quella foto impressa nella sua mente e negli occhi. Prese il telefono, lo riaccese ma della foto non c’era più traccia, era stato sogno o realtà? Nella tecnologica essenza dello scatto, in cui si pensava di aver immortalato il momento, successe che l’istante e il circostante, l’emozione e lo spavento, il colore e il cambiamento ma soprattutto quella presenza, il drago bianco che nella distrazione impulsiva di un ‘Peter’, si perse nel flash di quella memoria meccanica divenendo o rimanendo leggenda.


Id: 5850 Data: 07/01/2025 16:18:05

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Chocolate Hills

Edel era incantata nell’ascolto di quella voce soave e così dolce. Amava ascoltare dal suo piccolo banco di scuola, storie e leggende che nella loro delicatezza creavano quel velo di magia che la portavano sempre a fantasticare. La maestra continuava a raccontare e lei proiettava la sua attenzione verso quei magici istanti:

‘ molti di voi non conoscono la storia della nostra isola di Bohol. Secondo le leggende, nell’isola era presente un gigante buono che era da tutti chiamato il dio Arogo, un giovane semplice, non umano che nella sua solitudine finì per innamorarsi di una ragazza mortale di nome Aloya. La mortalità sopraggiunse la ragazza in tenera età e il cuore dell’immortale gigante si sgretolò in mille frammenti. Inconsolabile nella sua sofferenza e distaccamento dal suo amore, pianse ininterrottamente creando dalle sue lacrime delle colline che presero il nome di Chocolate Hills’. Così la maestra era solita attirare l’attenzione dei bambini per insegnamenti che racchiudevano leggende, modi di dire, geografia ma soprattutto curiosità verso uno sviluppo del pensiero. Ogni lezione doveva portare un ulteriore ricerca che veniva affidata ai più piccini, alcuni dovevano documentarsi con immagini, altri dovevano studiare la vegetazione, altri gli animali presenti e così nella raccolta di tutto il materiale e dei racconti familiari si approfondiva il luogo, la cultura e il cambiamento nel tempo.

Fu così che Edel possò degli anni spensierati, conoscendo e scoprendo le meraviglie del territorio con le sue fragilità, i cambiamenti stagionali e sorprendenti colori, gli animali e le biodiversità, le leggende e la bellezza del passato così legato al suo presente. Il legame con quelle colline così particolari e colme di fantasia e colori variegati, regalavano nella loro mutazione stagionale, un verde intenso e un marron che ricordava quel colore cioccolata. Molti erano gli animali che animavano il territorio, tra cui il tarsio, un animale simpatico tipico di quelle zone, col suo carattere così restio e timido che rispecchiava in parte quello riservato ma attento di Edel. Sin dall’infanzia aveva passato ore e ore ad osservarlo nel suo stare così calmo e raggomitolato ma sempre vispo e quegli occhi così grandi.

Gli anni trascorsi, l’avevano portata a diventare una guida turistica. Aveva sempre voluto far conoscere il suo paese ed entrare in contatto con persone nuove e diverse. Un giorno durante uno dei soliti giri turistici, conobbe un ragazzo proveniente dall’Europa, Brando, attento, premuroso e colmo di quella curiosità che avrebbe movimentato la sua solita e tranquilla vita. Il suo lavoro si poneva a disposizione sia di gruppi di viaggio che di singole persone. In un solito venerdì di fine anno si era ritrovata nella hall del piccolo albergo di Loon che nonostante l’aspetto poco invitante per la sua colorazione simile ad un caffè latte, più vicino al caffè che al latte, attirava per la sua caratterizzante semplicità l’attenzione di molti visitatori. Le abitazioni portavano un aspetto semplice, rivestite di legno e finestre colorate.

Tra i due ragazzi si instaurò da subito una sintonia naturale, parlavano e sorridevano alla vita, erano in sintonia su discorsi e scherzi, si stuzzicavano e cercavano e ponevano nelle loro scoperte speranzosi discorsi di fine giornata. La mattina del 30 dicembre Brando e Edel avevano già in programma una gita nelle colline di cioccolato, Edel oramai era abituata a passare le feste a lavoro ma quest’anno sentiva che sarebbe stato diverso.

Si incamminarono nei sentieri delle montagne e Edel non mancava di descrivere la vegetazione, le usanze e i cambiamenti subentrati negli anni. Persa nei suoi discorsi e decisa a esplorare sempre più territori, si ritrovarono a rincorrersi scherzosamente fino a quando si ritrovarono al di là di un’intensa vegetazione che mostrava agli occhi uno spettacolo invidiabile, un lago che rifletteva in sé un verde intenso con cespugli adorni di rose bianche. Iniziarono a giocare e a lanciare sassi sull’acqua quando all’improvviso si innalzò una voce solenne:

‘Ehi voi, chi siate da risvegliare il mio sonno perenne?

Brando e Edel si guardarono sbalorditi e un po’ spaventati e rimasero ammutoliti.

‘ Sento un’energia positiva in voi e sono qui per prepararvi a ciò che la maledizione porta e toglie. Io sono Arogo e su di me è stato lanciata una maledizione, non potrò morire ma allo stesso tempo sono stato destinato a vedere la morte della mia amata senza poter intervenire.’

Edel ricordò i racconti dell’infanzia e i suoi durante le sue escursioni, mai si sarebbe immaginata ci fosse un velo di verità in quelle storie. Rimaneva sempre incantata dalla leggenda e dall’amore che l’aveva fatta sempre sospirare; perciò, decide di chiedergli come potessero aiutarlo.

‘C’è solo un modo per aiutarmi. L’amore puro che dona calore e sconfigge il dolore può riportare un sorriso che mi porterà finalmente alla rottura dell’eternità e solitudine. Il vostro amore dovrà donare splendore naturale in un primo bacio racchiuso in questo lago e risplendere alla prima luna del nuovo anno. Tutto dovrà avvenire a protezione di questa area che andrà così a scomparire e prosciugarsi. Nulla dovrà mai essere raccontato e mostrato.’

Così avvenne e nella notte che racchiudeva le stelle adornanti un manto celeste, i due ragazzi si avvicinarono e colti da un’inaspettata sensazione, videro nei loro occhi il riflesso della loro unione e di quelle carezze attese e sospirate. Un caldo vento si innalzò e avvolgendo il lago lo prosciugò virandolo in un uomo di corporatura media con degli occhi verde smeraldo. I ragazzi resosi conto dell’avvenuto unirono le loro le mani e caddero in un sonno profondo.

La mattina seguente Edel pronta ad un nuovo trasferimento, prese il solito taxi per avviarsi a Loon ma fu sorprendentemente distratta da quell’autista che poneva il suo sguardo nel suo, familiare e romantico, verso la direzione che portava il cuore dritto verso un futuro poco spinoso ma adorno di quei petali bianchi che donavano il profumo su quell’altare tanto atteso.


Id: 5846 Data: 30/12/2024 15:55:35

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Briciola

Briciola era questo il nome con cui veniva beffeggiato sin da bambino, un grido di tormento e lacrime che avrebbe preannunciato un nuovo inizio e una rivincita.

L’infanzia non era stata semplice, nato in un piccolo paesino montano da una semplice e modesta famiglia, era stato messo da subito a dura prova. Le reazioni emotive dei primi anni di gioventù, portarono la maturazione di quel profumo amaro e non ben definito che nell’evoluzione e cambiamento, avrebbe mostrato una forma e presentazione diversa, in una lenta e delicata crescita mentale e fisica.

Rimasto orfano di entrambi i genitori, trovò un amore incondizionato in una famiglia pronta ad accoglierlo ma severamente sofferente dal duro lavoro di onesta fattura e fatica. La nuova famiglia aveva sempre vissuto poco distante dalla casa di origine di Piero che a soli tre anni si ritrovò solo. I nuovi genitori, rimasti riconoscenti per l’affetto e l’aiuto che avevano trovato dagli anni passati, decisero di trasmettere quel valore e quella mano amica ricevuta senza sé e senza ma a quel bambino così spaurito e inconsapevole ma sicuramente tenace verso una vita che doveva irradiare calore per porre una base di forza ad ogni passo che la vita porta ad attraversare.

Piero aveva sin da piccolo vissuto tra fornelli e profumi, un piccolo laboratorio che infornava e sfornava del semplice pane rustico da tutti ricercato e desiderato per quel profumo che infondeva nelle viuzze del paese. I giovani accorrevano ogni mattina per poter assaporate quei panini così croccanti e curiosi che di forma e sostanza creata, donavamo quella sensazione familiare di casa e calore. Piero attendeva con apprensione l’arrivo dei giovani che affollavano e ridevano di cuore infondendo vitalità nell’aria. Amava osservare, sbirciava dal basso, quell’aria indaffarata e impegnata e quegli zaini ricolmi che ponevano peso a quelle spalle rafferme. Non tutti erano consapevoli del lavoro tenuto in quel laboratorio, passavano di sfuggita, mangiavano a morsi pane di ogni forma e gusto e alcuni nella fretta lasciavano parte degli acquisti in resti posti sui tavoli dimenticati nell’ombra oscurata della sala.

Piero non aveva mai amato perdere parte del cibo sfornato e a fine giornata si ritrovava a raccogliere i resti, metterli in grandi buste e riporli nel retro del casolare. Questo era il solo compito che lo attendeva durante la giornata come piccolo aiuto ai genitori adottivi. Oramai arrivato ai suoi sei anni, un giorno fu attirato da alcuni resti che erano usciti da alcune buste lasciate del giorno precedente. Era sicuro di aver posizionato tutto alla perfezione e non capiva cosa fosse successo. Decise di osservare da lontano quel piccolo deposito di scarto e ben presto si rese conto che alcuni bambini erano soliti avvicinarsi e bucare le buste cercando di raccattare il maggior quantitativo possibile di pane. Era stupito da tale visione e rimase sorpreso dallo scoprire che esistevano persone e in questo caso bambini, spinti a prendere o rubare “nel pensiero di molti”, il dimenticato eccesso di chi vive senza pensieri. Rimase nell’indecisione di avvisare i genitori ma la sua testolina ripeteva che quei bambini in fondo non stavano facendo niente di male, anzi erano nati nella sfortuna e avevano molto meno di quello che lui riceveva tutti i giorni. Doveva solo stare attento e proteggerli. Decise di ricoprire le tracce e raccogliere quelle briciole che venivano abbandonate distrattamente giorno dopo giorno.

I giorni passarono e Piero sentiva di avere un nuovo incarico. Doveva lasciare sempre più pezzi di pane e riuscì ritagliandosi delle ore nella serata per convincere i genitori ad insegnargli a fare delle semplicissime pagnotte. Iniziò a preparare e raccogliere in quelle grandi buste sempre più pane e ripulire con attenzione quelle briciole. Nessuna traccia doveva essere lasciata. Nella stanchezza tra lavoro, studio e corsa perse l’attenzione solita. Venne notato da un ragazzo solito recarsi presso il negozio che fermo con gli amici in un muretto circostante, strattonò gli amici con fare burlone, cercando di attirare l’attenzione su quel bambino ricurvo a raccogliere briciole da terra. Il gruppo di amici non persero l’occasione e cominciarono a canzonarlo:

‘Briciola! Ehi Briciola! Se vuoi ti buttiamo del pane se ne hai bisogno. Guardate come trema Briciola! Così nella cattiveria di quel ‘distinto’ gruppo, il tempo volle che “Briciola” divenne il diminutivo del ragazzo che forte del suo segreto tenne per sé ogni reazione o inutile spiegazione.

Piero divenne col tempo un ragazzo forte, preparato, aveva sempre dimostrato una semplicità e sensibilità sopra ogni aspettativa. Era attento ai bisogni di tutti e cercò sempre di apprendere e crescere divenendo un ragazzo maturo e dedito a famiglia ed amici. Sembrava sorprendente come i suoi veri amici divennero coloro che avevano apprezzato l’attenzione di un piccolo bambino sorprendentemente diverso e attento ai loro bisogni. Il laboratorio di pane era oramai divenuto suo, aveva acquisito con dedita preparazione e studio nuove idee e aveva congegnato ricette conosciute ed esportate in ogni parte del mondo. La sua attività prese il nome di Briciola come una famosa ricetta ideata e divenuta famosa in tutto il suo piccolo paese. Quelle briciole tostate venivano riproposte per minestre, zuppe, colazioni, caramellate erano un portento per dolci e adorni di torte. Aveva creato nella semplicità e con l’ausilio e consiglio dei suoi piccoli raccattatori di briciole, un patrimonio per piccoli sognatori che di un muretto alle loro spalle non avevano neanche posto l’occhio.

La vita è sorprendente ma anche ingegnosa se posta ad aiuto di chi veramente merita e conosce la durezza del vero pane lavorato e sfornato…


Id: 5840 Data: 22/12/2024 15:01:15

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Il laboratorio dei magici pensieri

Seduto davanti al camino crepitante di vita, osservava assorto quel gioco di luci e scintille che giocavano inseguendosi nel loro calore rinvigorito di splendente luce. La lunga e bianca barba creava in quel volto provato, l’incedere dell’età, donando una dolcezza infinita, segnata dai segni del tempo che solcavano quegli occhi scuri e profondi. Lo sguardo sempre attento e vivo rifletteva quelle fiamme rosse che risalivano e calavano, abbracciando quel legno maturato e consumato dalle intemperie e dal freddo. Era stanco e fuori la stagione poneva alla foresta quel bianco candore che avvolgeva in tenera coperta, il silenzio calato dall’infermità di un calore posto nel suo manto.

Domani sarebbero arrivate come ogni anno le nuove convocazioni, le scelte erano state ardue e il tempo incalzava. Lettere erano state trascritte di pugno con quell’inchiostro incantato e alla loro prima lettura, avrebbero dissolto ogni impronta del trascritto messaggio. I bambini e gli adulti prescelti, avevano mostrato tutti un dono, avevano colmato col loro cuore, il desiderio non proprio ma di altre persone. Questo era stato uno dei frangenti che avrebbe richiamato nella piccola casetta grandi e piccini che per dieci giorni avrebbero lavorato per ricostruire i sogni e desideri dell’umanità.

L’alba era arrivata con una grande folata di vento che con foglie e polvere dorata, trasportò nelle buche di infinite porte, lettere sigillate da una cera lacca di un rosa caramellato e scintillante che al loro ingresso risuonarono con una sinfonia armonica ed incantata. Bambini e adulti furono risvegliati da quella strana musica e colti da un fremito impaurito, sedettero con un cuore trepidante nel letto risvegliato dal tepore notturno. Affacciati oltre la porta delle loro camere, fecero con fare attento e orecchio vigile, occhiolino oltre quelle scale, allungando la vista nel calare di quelle scale crepitanti di legno.

Nella parvenza tra il sonno e la veglia e in quella atmosfera di magia, attirati da quel suono e polvere dorata, si ritrovarono le lettere tra le mani e i loro occhi in quella scrittura che scorreva e cancellava imprimendosi nella mente.

Iniziò un viaggio oltre il presente. Le parole tramutate in pensieri, avevano fermato il tempo e cancellato la memoria. Il presente e il futuro sarebbero rimasti un sogno, trasportando i corpi in un viaggio alato. Le slitte trainate da renne e stelle iniziarono a vagare verso un mondo sperduto, nel bianco candore di montagne incantate e donate al verde e silenzioso suono.

Il laboratorio era già funzionante. I piccoli e grandi aiutanti iniziarono a varcare la soglia. Le vesti all’ingresso tramutavano di colori e sembianze imprimendosi al corpo secondo i personali desideri. Fate turchine e baldanti cavalieri, avventurieri e naviganti, gnomi e angeli, tutti si trasformavano dove il loro pensiero aveva sempre ambito. Tutti riuscivano a leggere il pensiero e desiderio delle persone comuni per l’unione e trasporto dovuto ad una simbiosi di ideale e speranza.

Cominciarono le prime creazioni e preparazioni nel laboratorio dei magici pensieri e tutti nell’armonia del momento nonostante diversità e lontananza ricrearono la magia del Natale che attraverso quella povere di stelle, poneva un sorriso e nuovo calore nell’intimità della fratellanza ricevuta.

Quel dolce e tenero anziano ricadde nel suo assorto e caldo pensiero, seduto davanti a quel camino, donando il suo sguardo a quelle fiamme ancora vive e mai spente verso i cuori e ricordi sempre accesi, nelle calde soffitte delle nostre menti mai cancellate dal calore donato ma soprattutto ricevuto.

 

 

 


Id: 5834 Data: 08/12/2024 09:51:23

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Il Tenente Silvestro

In un piccolo sobborgo di Istanbul, tra piccole case e tetti scoperchiati, era sorto da tempo un piccolo commissariato che trattava casi particolari ed estremi, dimenticati nella grande città metropolitana attorniata da lusso e spensieratezza.

 Gli abitanti del piccolo quartiere divenuto da tempo una grande distesa di vecchie lamiere, avevano cercato più volte di portare alla ribalta i problemi che flagellavano le povere genti oramai avvezze alla fatica e alla semplicità. Alcaln, il potente sovrano della parte opposta della città sognante, aveva voluto inaugurare un bizzarro commissariato, una beffa sarcastica posta quasi a dare un accontentino alle richieste pervenute. La sua risata sorniona si innalzava e faceva vibrare i vetri del suo castello di cristallo, viveva divertito dall’osservare la povertà e la credulità delle popolazioni riverse tra casupole e fango.

Il commissariato aveva al suo comando il Tenente Silvestro, un gatto dalle sembianze eleganti e longilinee, un manto variegato tra il nero e il bianco che luccicava nella sua eleganza e portamento. Aveva tre aiutanti fidati, gatti variegati dalle striature tigrate ma destrezza impeccabile.

Nessuno avrebbe mai scommesso sulle potenzialità di questa struttura nonostante i gatti era risaputo avessero delle abilità al di sopra del normale. Il tempo portò grandi cambiamenti nel piccolo sobborgo, il Tenente Silvestro aveva dato la caccia a diversi malviventi ed era riuscito ad arrestare per furto e spaccio di pesce alcune tra le più conosciute famiglie che detenevano proprietà e commerci. Cominciarono ad arrivare i primi sostegni alle famiglie e le case dei malviventi furono ben presto trasformate in scuole ed ospedali. Le famiglie iniziarono a vedere diversamente la qualità dei loro fedeli sorveglianti che non erano solo quelli racchiusi nel commissariato ma tutti i migliori felini della città arrivarono in aiuto per far risplendere l’Impero e la giustizia nella serenità di tutti.

Alcaln nella sua malvagità osservava da lontano e in preda ad una rabbia ossessiva decise in un intervento immediato. Doveva a tutti i costi eliminare il pericolo e riuniti i suoi malvagi aiutanti indisse una riunione:

“Sarò di poche parole. Bisogna eliminare la minaccia e darò ricchezza a tutti coloro che riusciranno a rapire il maggior numero di gatti e portarli alle mie prigioni. Ho in mente un piano e se tutto andrà bene ci sarà anche da guadagnare”

Fu così che iniziarono a scomparire i gatti e stranamente a sorgere commerci verso destinazioni straniere.

Il tenente Silvestro sospettoso iniziò le prime indagini. Diventava sempre più pericoloso addentrarsi e rimanere insospettabile perciò escogitò uno strattagemma. Arruolò degli investigatori che avevano al comando Bianca un bellissimo cane maremmano che aveva al suo seguito altrettanti seguaci. Nella loro destrezza riuscivano a fiutare il pericolo ma anche attaccare o inseguire in caso di necessità. Avevano una squadra attiva addestrata e pronta in ogni situazione di pericolo.

Gli uomini di Alcaln erano stati scaltri durante i rapimenti. Avevano agito durante il giorno e nelle ore più calde cogliendo alla sprovvista i felini indeboliti nelle ore di sonnolenza. Bianca decise di agire scaltra e seguire la trama dei rapimenti fino al covo per poi informare il Tenente Silvestro.

Al di sotto del grande palazzo di cristallo di Alcaln erano presenti dei sotterranei che tempo addietro erano stati rifuggi di guerra. Il malvagio proprietario aveva costruito enormi gabbie e prigioni e usava questi varchi per trasportare merci e animali al porto dove grandi carichi venivano nascosi ed imbarcati. Bianca scoperto l’arcano informò il commissariato che subito decise di intervenire e distruggere l’impero formatosi. Vennero arruolati battaglioni circostanti che iniziarono ad arrivare da ogni provincia.

Alcaln seduto nella grande poltrona col suo sigaro fumante si precipitò alla finestra, sentiva da lontano un gran rumore:

“Meo, Meo, Meo, Meo” Le sirene della polizia oramai avevano circondato il grande palazzo di cristallo e il Tenente Silvestro era riuscito a liberare dalle gabbie flotte di gatti.

Il bene anche questa volta trovò la sua luce di vittoria e giustizia. I felini con la loro astuzia e benevolenza avevano riconosciuto le vie per sopraffare il male trovando fidati compagni a sostegno di giusti ideali.

La città riuscì a trovare un suo nuovo equilibrio e fu così che uomini e felini iniziarono a vivere in armonia e rispetto ma soprattutto protetti.

 Chissà se esiste ancora da qualche parte in quel sobborgo quel piccolo commissariato…

 

Fatti e nomi sono fulcro di pura fantasia.


Id: 5829 Data: 21/11/2024 09:37:11

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L’essenza della tradizione

Mezzanotte racchiudeva nella sua intimità notturna un momento magico e silenzioso. Erano passati anni dall’arrivo in quei magici luoghi ed ancora lo sguardo rimaneva incantato da un’immagine inusuale e romantica. Il sole sembrava non voler abbandonare la notte e rivolto verso l’orizzonte, donava nel suo capolino, l’osservazione silenziosa del riposo, rispecchiava una luce di affetto e compagnia, una piccola lanterna nelle ore notturne legate alla rigenerazione fisica e mentale.

Un’atmosfera virante su colori tenui imprigionava l’incontrastato rumore costante dell’ondeggiare del mare. Spargeva le sue forze su quei faraglioni posti dinanzi allo sguardo soffermato in pensieri assorti. L’infrangersi schiumoso ricreava nel silenzio ascolto, un lamento sordo che poneva il suo grido verso quel paesaggio suggellato.

Ritornava alla mente la terra natia, i racconti dell’infanzia e della speranza racchiusa in quel sogno, nella guida propizia e via da seguire. Quest’ambiente racchiudeva molto di quelle credenze. La luce riaffiorava nel buio profondo, creando un legame forte tra natura e spirito. Ascoltare rimaneva la meditazione propizia ad una rinascita.

Era arrivato novembre e come ogni anno Antioca era pronta al suo rientro a casa. La famiglia di umili origini era pronta a porre ciò che generazioni avevano sempre insegnato al lavoro e alla vita. I campi pronti alla semina del grano attendevano solo il suo rientro. Questo mese era sempre atteso, le ceste con semi di grano e cotone posizionate ai piedi della cappella di Cristo e adornate di fiori colti nei giardini rigogliosi, mostravano i primi segni di rinascita e annuncio della nuova primavera.

Antioca amava essere presente in questo momento e ammirare quella speranza vissuta nel racchiuso chicco di grano virante al primo germoglio atteso. Il buio custode della conservazione attendeva la luce propizia che avrebbe preannunciato l’inizio di una nuova vita.

La Sardegna era considerata terra fragile ed arida ma aveva nella sua perseveranza e forza, posto delle basi solide per la piantagione del grano. L’unione e la simbiosi con la terra e il divino aveva sempre seguito la stagionalità delle colture e degli allevamenti con le loro transumanze, un patto di rispetto e reciprocità ricreata in quella durezza e arcaicità che delineava caratteri suggellati.

L’arrivo coglieva i profumi tipici di quel periodo e dei campi adornati di quel manto viola in fiore. Lo zafferano divenuto col tempo ricchezza regnava spontaneo e la sua fragranza e colore erano luce per le colline adorne. Ai lati delle frazioni di terra, coglieva lo sguardo il mirto che raggiante dei suoi chicchi maturi e neri, infondeva un profumo nel suo sempreverde presente. Era casa e tutto celava familiarità e colore.  

La famiglia nell’uscio poneva un sorriso all’avanzare di Antioca, le loro vesti sapevano già di festa, tutti erano pronti per la cerimonia presso la chiesetta poco distante. Il costume era tradizione e così aiutata si diede inizio a quel frangente caro e solenne. Si avvertiva qualcosa di diverso nell’aria, tutti erano emozionati e così felici. Le era mancata quell’unione, quella semplicità e soprattutto quell’essere casa e in tradizione.

Arrivati alla piazzetta della chiesa un complessino suonava i canti solenni e un’armonica cadenzava un suono tra l’antico e il moderno. La modernità aveva portato un po’ di freschezza musicale e si avvertiva un’uniformità tra il passato e il presente, un’unione generazionale. Antioca era attesa nella sua bellezza, il gruppo di ballo di cui era fiera, era una parte importante per incorniciare la giornata. La cerimonia del grano aveva inizio e così in quel ballo tondo, veniva mostrata la circolarità di un mondo che chiude e apre nel suo buio la speranza e la luce, nel circolare moto orario e antiorario cadenzante il tempo nel salire e scendere ritmato ed ipnotico tra spiritualità e credenza nella cornice naturale di un respiro incontaminato.

 


Id: 5820 Data: 10/11/2024 14:11:37

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Quel fazzoletto bianco

Era rimasto lì, impigliato nel ramo di quell’ultimo albero raffermo nell’altura. Le foglie viranti nel loro colore autunnale ponevano una fine al ciclo di vita, ruotando nella loro sottile delicatezza, un volo portante il loro adagio, verso una terra natia. Quel fazzoletto bianco avvolto in quel ramo spoglio, mutava le sue movenze, plasmandosi nel soffio cadenzato e lieve, di un venticello di inizio novembre.

Paolo aveva lasciato quell’uscio nelle prime ore dell’alba, il buio copriva l’immagine di quel viale silenzioso e delle gocce di brina, colte nel velo bagnato del percorso da una lucentezza riflessa dall’ancor presente spicchio di luna. Le impronte incalzanti e immortalate di quell’avanzare, calpestavano il percorso inatteso, imprimendo nella loro pesantezza, solidi calchi di calore mordente su passaggi diretti ad un ritrovarsi soli.

Aveva lasciato tutto alle spalle, il passato non aveva più importanza e quel passo deciso poneva una fine da dimenticare su quel trascorso che se pur solare, aveva portato lacrime inattese e sferzanti. Così in quel buio impietoso, calava quel velo e dirigeva i suoi passi verso un ritorno in quella terra natia che volgeva in un abbraccio le sue ultime forze calate.

Paolo non aveva mai dimenticato il suo paese adottivo ma soprattutto le sue passate conoscenze. Tempo adietro aveva lasciato con la stessa valigia colma di dolori quella mano fraterna e si era diretto verso una vita costruita e promessa dalla sua famiglia. Era da tempo che era stato deciso tutto, il matrimonio oramai era alle porte e lui doveva seguire quel percorso per rispetto familiare, cultura tramandata da generazioni ma soprattutto per lasciare ai genitori un ricordo di rispetto negli ultimi momenti di quella vita frastornata da quella malattia oramai incalzante.

Fu così che in quegli anni nel pieno degli arbori della gioventù, tornato in quelle alture, ricoprì il volere stabilito e nonostante la sua contraria volontà d’animo, ricreò quella tranquilla riunione familiare ponendo vita ad un pensato nuovo inizio. Sembrava procedere nella felicità della comunità familiare ma non del destino che aveva in serbo voleri più alti e combattuti. Quella famiglia unita era in realtà una forzatura degli eventi che ponevano un freno a quella felicità che tutti avevano pensato. Una moglie così giovane di una bellezza anche troppo ostentata, prosperosa per i gusti di Paolo, aveva mancanze per lui essenziali ma che nessuno aveva mai ascoltato. Paolo nella sua semplicità amava la tranquillità, la cultura e scambi di opinione, passava le sue giornate nella semplicità delle faccende domestiche e del giardinaggio. Le sue emozioni trovavano spensieratezza e allegria nelle passeggiate in riva al mare o nell’osservazione di tramonti e cieli stellati.

La mancanza di conoscenza della moglie aveva sconvolto abitudini e orari. Si rese conto in breve tempo che le differenze caratteriali erano enormi e che alla bellezza sorprendente della moglie, non bastavano la sua sola presenza e le sue tranquille abitudini. Un biglietto poggiato in quella credenza all’entrata di casa non poteva alleviare i suoi pensieri, non poteva giustificare nessuna decisione. Continuava a ripetersi come fosse possibile lasciare tutto ad un biglietto, allontanarsi senza parlare, voltare le spalle senza il rispetto di un noi.

Il silenzio calpestato nel rumore di un’assenza, poneva una chiusura che scorreva in quel viale e nel suo procedere solitario con un passato colto in quel fazzoletto bianco oramai alle spalle di quell’albero abbandonato oramai spoglio.


Id: 5815 Data: 03/11/2024 14:19:14

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La ricamatrice di arcobaleni

Esistono luoghi impervi e lontani da raggiungere. Così, a ridosso di una scogliera di inimmaginabile bellezza, viveva una giovane ragazza. Un verde immenso rivestiva le rocce, incastonate in un manto paesaggistico inviolato, un prato sovrastava un sentiero verso diruppi a ridosso di un mare burrascoso e urlante che bagnava nel suo infuriare, quella pietra, ricolma di una forza che sferzava il suo avanzare. Nulla poneva fine a quel moto continuo di pace, un silenzio predominato da una natura pura e di conoscenza. In quell’alta scogliera, solo la natura sembrava aver colto la sua presenza, in una piccola insenatura posta tra mare, terra e cielo, proprio al centro, un cunicolo piccolo e nascosto diveniva un impercettibile presenza per l’occhio umano, coperto da un enorme albero di fico, cresciuto nella roccia più arida e scoscesa.  Proprio lì, nascosta e dimenticata, viveva Azzurra.

Anni adietro, in una cittadina fiorente e vitale, tutto sembrava seguire un proprio percorso di amore e serenità. Il popolo non conosceva regnanti e non conosceva divari sociali, ognuno aiutava l’altro e in questa uguaglianza né gelosie, né preoccupazioni sembravano turbare l’equilibrio. Un giorno, un vagito risvegliò l’attenzione in alcune case circostanti.

Adagiata su una grande cesta colorata, una piccola bambina piangeva. La strada era deserta e buia ma intorno a questa cesta luccicavano dei fili di svariati colori. Le genti, colte da questa visione, uscirono dalle loro case, era sbalorditiva quella visione. La bambina aveva dei lineamenti chiari, sul biondo e anche gli occhi sembravano di un azzurro intenso. Fasciata in una coperta di svariati colori, teneva nella sua piccola manina, rivolta verso l’alto, un piccolo fuso di legno e nella cesta tantissimi fili di colori inimmaginabili.  Fu così che le diedero il nome di Azzurra per l’infinito amore e bellezza di cui era adorna.

Azzurra fu da subito amata da tutti per la sua smisurata bellezza e colorata essenza. Rallegrava e gioiva di una luce quasi magnetica che attirava e coinvolgeva. La crescita non aveva cambiato il suo vivere di colore, quella cesta e quei fili sembravano aver creato un’essenza unica e vera che faceva parte di lei. Quel piccolo fuso non era solo un gioco ma sembrava come una piccola bacchetta magica. Ogni singolo filo che lei adagiava diveniva forma ed essenza ma soprattutto trasformazione di pensiero in realtà. Aveva il potere di realizzare da un singolo filo i desideri delle persone, regalando sorrisi. Ogni fantasia ricreata, col tempo, portò le genti a volere sempre di più. Così in questo semplice paesino, le persone cominciarono a domandare, a confrontarsi e ad invidiarsi. Si crearono gelosie, conflitti e Azzurra che di sorrisi era permeata, cominciò a desiderare la pace e il silenzio.

 Colta da una tristezza improvvisa e da una grande solitudine, capì che stava donando male alle genti, così decise di incamminarsi al di fuori dal paese per riflettere. Nel suo vagare, non si accorse di essere seguita, delle ombre sembravano nascondersi lungo gli alberi e ascoltare i grandi sospiri. Fino a quel momento Azzurra non aveva mai pensato alla sua dote ma soprattutto non si era mai chiesta del suo passato. I suoi pensieri, vennero improvvisamente interrotti, si sentì afferrare da dietro e si ritrovò in un attimo incappucciata e legata.

 Spaventata, non ebbe il tempo di urlare e dimenarsi, non riuscì a liberarsi da quella presa così forte e comprendere cosa stesse succedendo. Sapeva solo che qualcuno l’aveva afferrata con forza e caricata in un cavallo che veloce al galoppo, correva lontano in un dove sconosciuto. Il cuore oramai batteva talmente forte che contrastava col rumore di quegli zoccoli battenti in un terreno sfuggente.  Un profumo di tabacco al vento e sandalo, poneva un segno di diverso e straniero. La corsa sembrava interminabile e con essa la stanchezza stordiva corpo e mente. Dei suoni impercettibili sembravano avanzare e divenire sempre più presenti. L’aria sapeva di salsedine.

 Quell’uomo silenzioso e misterioso pose fine alla corsa e sceso da cavallo si rivolse con fare deciso: “Azzurra non avere paura, sono ritornato per compiere ciò che era deciso”. Prese la ragazza per la vita cingendola e le tolse il cappuccio. Quella luce improvvisa sembrava quasi un bagliore accecante e ci volle un po’ di tempo per poter mettere a fuoco quell’immagine di fronte a lei. “Chi sei? Cosa vuoi da me?” Chiese la ragazza scrutando quell’uomo che con la barba folta ma chiara aveva un senso di dolce presenza quasi familiare.

“Azzurra tu non puoi ricordare ma io sono tuo padre e tuo creatore, sono qui per indicarti il sentiero. Noi siamo presenze creative e abbiamo delle responsabilità e tu devi ascoltare bene.” La ragazza era incantata da quel parlare e assorta in pensieri che vagavano.

“Girati e ammira alle tue spalle.” Continuò l’uomo.

Una distesa marina si allungo alla sua vista e un vento sospirante di brezza, sfioro arrossendo il pallido viso della ragazza. “Prendi il fuso e puntalo tra cielo e mare”.

 La ragazza senza pensarci seguì le indicazioni, rimanendo estasiata. Un grande arco colorato con svariate sfumature di colori, riempì quel vuoto e donò quell’ unione di arcobaleni interminabili. “Vedi, tu hai questa responsabilità. Dovrai creare dal buio luce, arcobaleni di colori e io lascerò a te il mio compito che dovrai poi tramutare e donare ad altri, la mia luce, la mia conoscenza. Ricorda la luce dovrà essere pura e per esserlo mai cercherà potere e malvagità ma vivrà nella semplicità e curiosità.”

 Fu così che Azzurra posta tra cielo, terra e mare, pose e rispose ad ogni arcobaleno desiderato e controllò la Luce nella pace eterna.

 

 


Id: 5813 Data: 27/10/2024 13:59:23

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Il ponte per una rinascita

Una luna suggellata nel manto stellare sembrava quasi ascoltare quel vociare allegro tra Marcos e Sue. Timida, nel suo luminoso ed imperfetto manto, con la sua sfera ancora non completamente creata, rifletteva un lieve chiarore nello specchio marino dormiente. Le onde trascinate a riva con il loro spumeggiante moto, ridestavano il silenzio notturno di una natura prossima al suo riposo. La bellezza di quel quadro naturale era la quotidianità in quei luoghi e i bambini nelle ore successive alla cena, erano soliti salutarsi in spiaggia, scherzando e correndo nella spensieratezza della loro età.

Marcos e Sue si conoscevano dalla nascita, le loro famiglie nonostante tradizioni e culture diverse, si erano ritrovate a Songkhla per motivi lavorativi. Immigrati in quell’isola, avevano trovato un conforto reciproco nell’amicizia, un pensiero unico e constante le univa nella lontananza dalle famiglie di origine. Giovani e pronti ad una nuova vita, il destino aveva voluto che le madri di entrambe le famiglie aspettassero un figlio nello stesso periodo. Fu così che consolidando la conoscenza e supportandosi giorno dopo giorno, la condivisione di felicità e avvenimenti, furono vissuti assieme portando i due bambini a vivere in costante vicinanza.

Le case a ridosso del mare ponevano libertà e sicurezza nello svago dei due bambini. Una statua prossima ad un manto erboso creato al termine della sabbiosa spiaggia, sembrava quasi controllare e proteggere quel correre spensierato. I bambini si fermavano ad osservarla, incuteva curiosità e gioco. Tutti conoscevano la leggenda del gatto e del topo e visto il successo turistico che aveva riportato, si era ricreata una rappresentazione proprio a ridosso delle due isole visibilmente vicine che riportavano i nomi di questi famigerati animali.

Marcos e Sue erano avidi di ascolto e ogni volta che gli anziani del posto raccontavano la leggenda, si ponevano al loro cospetto e chini in ascolto fantasticavano sul ritrovare un giorno tali situazioni da rivivere in loro presenza. Nonostante fossero cresciuti sul mare, avevano sempre temuto di allontanarsi durante i giochi in riva e in acqua e questo a seguito degli avvertimenti posti dai popoli circostanti. Esisteva sempre un limite da non oltrepassare e la leggenda in parte nascondeva insegnamenti ed avvertimenti. Rivolta a tutti in maniera fantasiosa, poneva attenzione sul pericolo del mare e delle correnti. Così i due bambini che conoscevano la storia, a volte scherzavano su questi animali dormienti che si osservavano eternamente trasformati in queste due isole. Avrebbero voluto destare l’incantesimo, “così lo chiamavano”  e si incontravano giorno dopo giorno sperando di ritrovare nell’ascolto dei racconti, il modo di aiutare il risveglio dei loro due fantasiosi amici.

Marcos proveniva da una famiglia messicana e fu lì, che un giorno di ottobre, arrivarono i nonni in visita. Durante una cena in una normale giornata in famiglia, i nonni cercarono di ravvivare i due bambini, assonnati e annoiati da una giornata in casa. Vista la loro passione per gli animali domestici, decisero di raccontare una tradizione presente nel loro paese in alcuni giorni a ridosso della fine di ottobre. Proprio in quei giorni era possibile creare un ponte di incontro tra animali domestici ed umani ponendo degli altarini e fotografie che potessero indirizzare il percorso di ritorno. Fu così che i due bambini sorpresi si guardarono e capirono che avevano finalmente trovato il modo di far rivivere i loro amici e trovare il modo per suggellare quell’incantesimo. Dovevano farli ritornare e farsi raccontare esattamente il modo per scongiurare quell’eternità di infermità e prigione terrena.

Marcos e Sue decisero di creare un altarino a ridosso della statua che già rappresentava l’immagine del gatto e del topo e attesero l’istante indicato dai nonni. Non erano soliti alzare la testa nell’osservazione del cielo o della luna ma quel giorno sapevano che qualcosa doveva accadere e provenire dall’alto. Rimasero col il naso all’insù talmente tanto che alla fine stremati si addormentarono. La mattina si risvegliarono e niente era mutato, la statua era ancora lì e così anche le due isole. Sconfortati e tristi si alzarono e con la testa china iniziarono a tirare grossi calci a quella sabbia inconsapevoli di non essere riusciti a salvare i due amici.

Arrivati a casa si fermarono attoniti, due cuccioli correvano verso di loro allegri e spensierati. Non erano il gatto con il topo ma due piccoli labrador color arancio che stravolsero e mutarono il loro mondo per tutta l’adolescenza, pronti ad una visione adulta e reale. Solo nella crescita capirono che a volte nonostante si possa avere una sfera magica o la possibilità di magia, le nostre forze possono mancare e tutto può mutare. Ci sono circostanze che possono portarci ad affondare su acque a noi poco conosciute, nonostante sconfitte, delusioni e tristezze, succede sempre un qualcosa che porterà sempre un sorriso, diverso da quello che avevamo sempre immaginato ma comunque sempre lui come passato e presente tra ciò che è stato e ciò che ci verrà offerto.

 


Id: 5808 Data: 20/10/2024 13:41:51

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Un passo per il domani

Un crepitio diffondeva nell’aria una percezione di tempo oramai fermo e prossimo al termine. La fiammella mostrava coi suoi colori accesi, una combustione oramai veloce di legni adagiati nella sabbia. Le movenze accompagnate da una lieve brezza, sembravano invitare in un’antica danza ipnotica che col bagliore di un sole calante, poneva il suo riposo sull’infinito marino che attendeva al suo orizzonte. Solo i colori di quel tramonto, pennellati di armonia, riuscivano a donare un’atmosfera di riflessione che poneva le basi all’incontro necessario e voluto dalle genti delle isole circostanti.

Era arrivato il momento predetto e seduti in circolo nella sabbia intorno a quel falò, erano radunati le più importanti rappresentanze dell’Oceania. Erano anni che veniva posto il problema climatico ma ancora molte decisioni attendevano e dovevano essere intraprese. Gli antichi, avevano lottato per tempo contro eventi tragici e avevano serbato segreti che dovevano essere risvegliati solo al cospetto di un evento che sarebbe stato monito di risveglio.

Era risaputo che l’esistenza dell’umanità era legata alle acque distribuite in ogni dove. Esse erano fonte di sostentamento per genti e natura, acque dolci di una limpidezza infinita che scorrevano e adagiavano le loro acque regalando vita e acque salmastre e marine che ponevano distanze divisorie e altrettanto valore e nutrimento. Tutti questi elementi acquatici erano stati studiati nei tempi, da popoli e religioni poiché venivano ritenuti essenziali per la sopravvivenza se correttamente rispettati. La natura stessa aveva pensato a creare delle grandi riserve di ghiaccio su monti e poli essenziali per la vita.

L’Oceania nel suo splendore cristallino, aveva sempre rispettato le oasi di bellezza ma era a conoscenza che uno squilibrio avrebbe portato via quella limpidezza. sommergendo e ponendo fine a tutto.

Il raduno era pervenuto a seguito dell’evento creatosi a ridosso della grande isola posta vicino al circolo Marshall, un complesso di isole difeso e rispettato, regalato dalla natura e sempre stato sede di venerazione divina e protezione delle genti. Qui regnava la pace e la natura aveva trovato nella folta vegetazione, una conservazione del tempo nei tempi, preservando ogni genere animale, umano e vegetativo, esistente da secoli e secoli. Niente poteva essere modificato e tutto doveva essere conservato. Qui sarebbe arrivato secondo le credenze il monito che avrebbe portato ad un intervento.

Fu così che nel risveglio di un’alba cupa e ricoperta da un manto nebbioso, le acque sembravano presentare presenze al di fuori del loro normale porsi. Piccole onde si infrangevano nelle coste e grandi flotte di delfini sembravano porre nel loro veloce movimento circolare, cerchi sempre più fitti che impazziti, sembravano quasi creare barriere naturali. Non era la prima volta che erano presenti i delfini e le genti erano sempre state fiere di tale attrazione. C’era qualcosa di strano in quella mattina, la quantità di delfini era spaventosa e quello che risaltava alla vista di quella flotta, era la presenza di diverse tipologie mai avvistate e presenti in quelle zone. Sembrava quasi che ci fosse una sorta di raduno, il delfino rosa, proveniente dalle acque dolci, era risaputo che non poteva porsi in tale habitat e così Talor, capo degli anziani,  fermo col suo bastone dinanzi alla grande distesa, colse il monito del mare e dei fiumi e presa la grossa conchiglia, suonò la melodia del vento a radunò genti e popoli.

La notte portò la decisione finale, era arrivato il momento di risvegliare le grandi isole che avrebbero posto i loro muri. Talor non aveva conosciuto i tempi della grande dea Lirak ma aveva sempre portato con sé il segreto degli amuleti magici ricoperti di smeraldi d’acqua sorgiva.

Nel risveglio della notte, il riflesso dello smerando riverso alla luna, avrebbe creato un’apertura tra mare e terra e avrebbe riportato in vita la dea Lirak, protettrice delle acque e delle terre, della natura immutata e non conosciuta, del respiro e del vento. Talor innalzò l’amleto e una grande luce creò il giorno nella notte e una grande voce si innalzò dagli abissi. Lirak presentatasi nella sua bellezza, inondò la spiaggia di magici manti fioriti e nel suo delicato vento, fece percepire la sua essenza: “ la magia è risvegliata e con me il monito della distruzione” continuò “tutto era stato donato per l’armonia e tutto dovrà ritornare in natura”. Talor era cosciente di quelle parole, ritrovare la bellezza voleva dire anche distruzione del superfluo in natura e tutto ciò che veniva considerato dannoso e negativo era la conseguenza dell’evoluzione moderna e del benessere.

I grandi erano divenuti così piccini in tale situazione e impotenti in tali decisioni, Lirak resasi conto delle preoccupazioni degli abitanti delle isole riflettendo prese una decisione. “Vista la perplessità riscontrata, pongo un tempo per la salvezza delle acque del mondo intero, indispensabili per una salvezza dell’universo nella sua biodiversità. Ho deciso di iniziare con una trasformazione che porterà un primo grande passo per tutti. Porrò fine ai pesticidi e veleni, donando fulgore alle colture e agli allevamenti, porrò in libertà animali e volatili, distruggerò fumi e combustioni, creando energia dalla natura e dall’atmosfera, porrò dalla luce solare potenza e tutto sarà natura e ritornerà in natura disciogliendosi nel suo semplice vivere, nascere e morire. Preserverò l’innalzamento delle acque e porrò grandi muri a ridosso delle piccole isole. Tutto dovrà essere accompagnato da una decisione comune voluta da tutti, nessuno escluso. Il mondo dovrà radunare le proprie genti, portare pace in guerra, accettare ed essere accettato, calare il silenzio nel rumore e portare un passo lento nella frenesia, perché siamo prossimi alla distruzione e il mondo sta arrivando ad un termine”

Quella voce sommessa di una dolce ma decisa dea Lirak, attraversò fiumi e mari, montagne, praterie e ghiacciai, in un passaggio dal giorno alla notte e dalla notte al giorno. Cambiarono stagioni e temperature e successe nell’inevitabile nel risveglio delle coscienze che pose un passo verso un domani oramai alle porte. Lirak aveva assolto il suo compito e come acqua sorgiva racchiusa in smeraldi, divenne scia di speranza ed ascolto ma anche bellezza rinata e incontaminata.

Ogni riferimento a luoghi e nomi e fulcro di pura fantasia.

 

 

 


Id: 5804 Data: 12/10/2024 14:34:30

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Il colore ritrovato

Quei colori non avrebbero mai rispecchiato l’essenza del momento, immortale nell’attimo colto dallo sguardo, esitante ma incantato in quella sconfinata distesa di fiori che porgevano la loro corolla verso le colline incantate. La brezza delicata e soffusa sfiorava quei petali delicati e creava un movimento armonico che pareva seguire una sua musicalità, accogliente in quel leggero soffio, un trasporto ondulatorio e così semplice, infinito e variopinto. La ritmicità di quei fiori, donava una profusione delicata nel suo silenzioso diffondersi, interrotto solo dal ronzio di api intente nel loro sapiente lavoro. Susane era lì, seduta nella sua seggiola, col sole che adagiava i suoi raggi in luce riflessa e così ricercata alle sue spalle, donando quell’illuminazione e quel calore ideali nel creare riflessi temperati che venivano tramutati dall’agile arte di pennelli sapienti su tela, in essenza colta dagli occhi e rispecchiata in visione della mente.

Susanne aveva atteso da molto tempo quel momento. La fioritura dei tulipani era un evento così bello e conosciuto in Olanda che già dal mese di agosto aveva deciso di prenotare questo viaggio che avrebbe conciliato passioni e svago ma soprattutto l’avrebbe destata da pensieri. Era arrivato il momento di pensare a sé stessa, di donarsi bellezza e ricercare quell’aria nuova che non poteva portare altro che novità ed ispirazione. Aveva scelto Lisse per il suo soggiorno ma in una parte più riservata della città, a ridosso di una zona di campagna, isolata che coglieva con la tranquillità quella vena artistica che poteva portare nuovi spunti per i suoi dipinti.

Amava passeggiare e percorrere i sentieri con una datata bicicletta che le avevano offerto al suo arrivo a Lisse. I viali erano così variopinti, era così strana la sensazione di colore che permeava quel mese di aprile. Le colture erano così vaste che sembravano scolpire piccole colline che difficilmente era possibile immaginare senza fiori.

Un pomeriggio al rientro nel suo alloggio, il suo sguardo fu attirato da un uomo intento nella sua piccola imbarcazione che piegato, nel sistemare le funi, sembrava quasi asciugare con la camicia ripiegata, le lacrime che calavano dal suo volto. Non voleva distogliere né disturbare l’anziano ma non riusciva ad avanzare senza chiedergli qualcosa o dargli anche un semplice ascolto. Si accostò con un pochino di diffidenza e gli chiese: “Scusi se la disturbo, posso esserle di compagnia anche nel silenzio?” L’uomo sorpreso dal non essere più solo si sollevò e la osservò un attimo, senza rispondere. Susanne che caratterialmente era testarda si fermò osservando l’altra riva e stette in silenzio. L’uomo avvertiva quella presenza, oramai era abituato al niente. Fece per salire nell’imbarcazione per andarsene, quando sentì una mano appoggiarsi sulla spalla. “Se non le dispiace, approfitto dell’imbarcazione per vedere questi luoghi, sono di poco disturbo” Susane aveva trovato il modo per farsi accettare. L’uomo non rispose e lei salì e si sedette nella seduta opposta all’uomo.

Filipe era solito attraversare quei canali e vedere turisti che inondavano tutto il territorio. Apprezzò il modo di fare di Susane, i turisti erano di solito chiassosi ma lei era così diversa, così silenziosa, così riflessiva. Decise di parlare e piano piano le raccontò che si occupava della manutenzione dei mulini a vento e che, se avesse voluto avrebbe potuto portarla a visitare uno dei più antichi. Susane non credeva ai suoi occhi, era proprio una fortuna questo incontro.

Il mulino era diverso da tutti gli altri, aveva un aspetto più scuro degli altri e sembrava che le pale nel loro girare, creassero dei circoli d’aria più veloci del solito con sonorità fastidiose. La vista del mulino cambiò l’espressione di Filipe. Susane capì che c’era altro in quel luogo.

 A ridosso dell’entrata del mulino era posta una targa con scritto: “Il varco alla torre è il varco della rinascita e conoscenza”. Era una scritta insolita, troppo strana. Si girò verso Filipe ma si rese conto che lui aveva terminato il cammino. “Scusa ma io non vengo, non posso venire. Chi avanza è colpito da una maledizione e ho perso già un figlio”. Susane non capiva. Filipe continuò: “Il mulino nel suo moto rotatorio dona forza e crea forza, tramuta e distoglie, porta oltre il luogo e il tempo. Nessuno dopo la scomparsa di mio figlio ha avuto il coraggio di entrare.”

Susane incuriosita decise invece di varcare la porta, doveva andare oltre, sentiva che doveva scoprire cosa nascondesse quel mulino. Improvvisamente fu invasa da una strana sensazione, tutto sembrava deformato intorno a lei e rotante. Il vortice divenne talmente forte che fu catapultata a terra sbattendo la testa. Al risveglio si trovò adagiata su un pavimento color ambra con incisa una grande stella, guardando verso l’alto sembrava che dei vortici creassero gironi a piani in quella colossale costruzione. Sulla sua destra era presente un cunicolo in pietra da cui intravvedeva una flebile luce. Si incamminò e apparve dinanzi ai suoi occhi un immenso lago con delle grosse pietre adagiate che parevano galleggiare. Sorgeva in una grande roccia un grande tulipano blu, riservato nella sua bellezza che sembrava quasi finto e privo del tempo. Calavano dal suo fogliame delle grosse lacrime di rugiada che andavano a poggiarsi sulla grande distesa di acqua. Era strano questo tulipano in mezzo al niente, quel colore così acceso in quelle rocce incolore. Era abituata ai colori e quel divario di tonalità era proprio fuorviante. Capì che il tutto poteva essere anche reale ma poteva anche nascondere qualcosa. Si avvicinò con cautela titubante di tanta bellezza e decise di non cogliere il tulipano, lo osservò e avvicinandosi annusò l’essenza della sua profumazione. Stanca si adagiò vicino e avvolse intorno al tulipano un suo fazzoletto quasi a volerlo riparare. Si addormentò avvolta da un manto di luce lunare.

Susane era solita avere un sonno leggero ed avvertì nel preannunciare del nuovo giorno una nuova presenza. Il tulipano era sparito e al suo fianco era presente un giovane con un grande manto blu e un fazzoletto avvolto al collo. La osservava curioso e innamorato. Lei era stata colei che con la sua gentilezza lo aveva destato dall’incantesimo e lo aveva strappato a un destino di lacrime. Era il figlio del guardiano dei mulini. Lei rimase incantata da tanta bellezza e posta la mano su quella di lui, trovò la strada verso la rinascita ma soprattutto trovò il suo colore che donò colore, nell’oscurità dell’incompleto girone di una nuova visione di vita non più esterna ma dentro una felicità ritrovata.

Fu così che tutti vissero felici e contenti nell’armonia dei colori di vita donati.

 

Nomi e luoghi sono fulcro di fantasia.

 


Id: 5799 Data: 05/10/2024 14:58:02

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Il Sole dell’Amazzonia

L’alba preannunciava l’inizio di un nuovo giorno, i colori tenui su di un cielo velato, creavano una cornice al paesaggio smisurato che si presentava dinanzi. Sara, amava stare in contemplazione nella sua veranda all’aperto e seduta nella panchina posta a ridosso dell’uscita di casa, era solita stare assorta con il suo caffè. Erano tanti i pensieri che attraversavano la sua mente, quel velo leggero ma coprente nell’azzurro del cielo, sembrava ricoprire quel futuro sereno che tanto aveva atteso e sperato. Non era più sola e doveva pensare al futuro e ad una soluzione immediata alla sua condizione. Le sue riflessioni furono richiamate al presente, la mano poggiata sul ventre oramai rigonfio e visibile, avvertiva la presenza ma soprattutto l’arrivo di una parte di sé che presto sarebbe diventata animata e visibile, amorevole e per sempre.

Sara aveva sempre abitato a Leticia in Colombia, la posizione strategica di questa città era stata sempre importante per la sua famiglia. Leticia, sorgeva in uno snodo con collegamenti al confine tra Brasile e Perù, il porto fluviale sul Rio delle Amazzoni, facilitava il transito e i traffici di carico e scarico merci. La famiglia era conosciuta e temuta in tutto il territorio, aveva posto radici e si era fatta rispettare. Lo sfruttamento del territorio era controllato e in piena evoluzione e non seguiva nessuna regola ne comando. L’attività del commercio di pesce, ereditata da secoli, aveva subito cambiamenti per l’avidità di ricchezze e la conoscenza di collegamenti in tutta l’ America ed oltre. Lo sviluppo di un nuovo commercio più redditizio ma dannoso alle persone e al territorio, aveva creato conseguenti disboscamenti. La cocaina non era più un tabù in quelle zone, la “droga della distruzione” stava minando vite e natura, minacce e violenza, il predominio e l’avidità di ricchezza, rendeva ciechi e pronti a tutto. Era così che col tempo si erano creati conflitti, sparatorie continue, uccisioni e Sara spaventata, aveva deciso di scappare e trovare rifugio in una piccola casa immersa nel folto bosco amazzone.

Aveva poco tempo per non essere trovata e mancava un mese alla nascita del bambino. Conosceva il territorio grazie a studi passati, era stata sempre attirata da una tribù indigena presente in quelle zone, che veniva chiamata “il popolo senza tempo”. Decise che sarebbe andata da loro e avrebbe dato una svolta al loro futuro.

Si incamminò nella natura impervia e bellissima, la vegetazione era talmente folta che la luce su alcuni tratti penetrava con difficoltà. Era spaventata ma allo stesso tempo il coraggio e la determinazione, il senso di protezione verso il bambino, creava una forza oltre il suo volere. Era a conoscenza che, se le bande avessero trovato lei e il bambino per loro non ci sarebbe stato scampo. Il bambino era considerato minaccia per il futuro e non si sarebbero messi scrupoli per ucciderlo. Lei era pronta ad un cambiamento.

Dopo giorni lungo il sentiero, decise di riposare a ridosso di un grosso albero, la pesantezza era insopportabile e le gambe gonfie non facilitavano i movimenti. Decise di rifocillarsi e bere qualcosa, doveva riprendere le forze. Sola nella foresta, non aveva pensato ai pericoli che potevano presentarsi ma oramai era troppo tardi, non poteva più ritornare indietro. Improvvisamente, attirati dal rumore e forse dagli odori estranei, fu presto circondata da maschere, così le sembravano le ombre che si paravano di fronte. Mascherati e adornati di monili e frecce la osservavano farfugliando tra loro. Lei rimase immobile e fece per alzarsi ma un grosso dolore le inondò il ventre. Era arrivato il momento e non poteva più fermarlo. Gli uomini posti dinanzi, avvertita la situazione, portarono la donna con loro poco distante e la adagiarono in una capanna calda e spaziosa, presenziando al primo vagito che per loro fu ribattezzato come Sole, luminoso e caldo.

Fu così che il bambino bello e forte, crebbe attorniato da uomini saggi, riuscì ad apprendere i saperi della caccia, della pesca, della natura ma soprattutto l’essere in simbiosi con lo spirito del vento, del cielo e della terra. Fu accolto come un figlio portato dalle divinità, rimasto orfano di madre dopo qualche anno, divenne parte di comunità. Non esisteva tempo, né era conosciuto il contare, non esisteva una cadenza delle stagioni ma tutto era dominato dal sole che portava e toglieva nel rispetto. La potenza della forza emergente in questo giovane, crebbe, divenendo presto pilastro di saggezza per l’umanità.

Lui sarebbe stato il difensore di tutte le tribù, di tutti i credi, ma soprattutto colui che avrebbe donato la sua forza per la foresta e per il respiro dell’umanità, attraverso la difesa dal disboscamento incontrollato, dalla violenza e dalla diffusione da colture dannose a genti e natura. Attraverso di lui sarebbero stati dettati i punti di forza e resistenza: “Tutto ciò che viene tolto ad ogni singola popolazione, crea e avrebbe creato, una perdita irreparabile e senza ritorno non solo al singolo territorio ma verso di tutti in una catena ciclica e ripetitiva. Ogni essere nasce libero e così è destinato, ogni essere vive il suo habitat con rispetto verso quello degli altri”

Fu così che l’Amazzonia, polmone dell’umanità, porta con sé la leggenda di Sole nella sua potenza tramandata e divinizzata.

Ogni nome o riferimento è fulcro di pura fantasia.

 


Id: 5796 Data: 28/09/2024 15:36:40

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La croce di Lalibela

Il battente di casa risuonava nella notte, Paolo scosse Ginevra, c’era qualcuno che insisteva alla porta. Ancora frastornato da un sonno agitato, si mise seduto nel letto e presa coscienza, discese le scale, diretto verso l’ingresso. Il pendolo posto all’angolo dell’ultima rampa di scale, scandiva l’ora, erano le tre del mattino. Pensieroso e preoccupato, Paolo si ripeteva: “chi poteva mai essere a quell’ora? Perché insistere così? Qualcosa doveva essere accaduto di importante.”

Le notizie oramai trapelavano, Paolo e Ginevra, dovevano presentarsi urgentemente a Firenze, nell’abbazia prescelta per il raduno con tutti i maggiori confratelli. Bisognava intervenire quanto prima e trovare una soluzione. I servizi segreti, questa volta, erano stati troppo dettagliati, bisognava evitare il peggio.

Nei sotterranei dell’Abbazia era stato posizionato al centro, un grande tavolo rotondo, le candele poste ai lati delle antiche mura, donavano un’atmosfera cupa e misteriosa e il simbolo delle spade incrociate, suggellava un’unione oramai presente da secoli. Tutto doveva regnare nel segreto e portare ad una soluzione. Sarebbero stati convocati gli anziani che avevano curato il simbolo protetto, nascosto anche ai maggiori esponenti religiosi.

Seduti all’enorme tavolo, nel silenzio assordante, gli esponenti osservavano, quasi in devozione, una grande urna, dorata, adornata con delicate rose avorio. Al suo interno era posta la risposta, trasmessa nel tempo che avrebbe dovuto indicare il prescelto, alla protezione della grande croce di bronzo che custodiva leggi e messaggi essenziali per l’umanità

Aperto il sigillo, si avvertì un silente ronzio, decine e decine di api iniziarono a creare dei cerchi concentrici. Secondo la leggenda di Lalibela, avrebbero riconosciuto col loro posarsi la sovranità e colui che avrebbe portato la protezione ma allo stesso tempo una nuova costruzione, il rinnovamento e l’illuminazione.

Lo sciame ricreatosi delle api, si posò su Paolo quasi in una carezza amorevole. La decisione fu presa e così con fermezza, iniziò il viaggio verso il paese etiope di Lalibela che nella sua edificazione sotterranea aveva posto segreti su segreti.

L’arrivo, accolto da un’atmosfera sognante, poneva mille interrogativi che avrebbero portato forse una risposta. Il deserto etiopico e i torridi altipiani a nord di Addis Abeba, creavano un senso mistico e protettivo nella calura di fine settembre. Gli abitanti avevano una parvenza così pacata e religiosa, camminavano silenti con un rosario giunto nelle mani, vacando quelle mura protette da grandi valichi scavati nel lontano passato, in rocce le cui croci e segni portavano il senso di quell’eterna luce.

Paolo era stato istruito per tempo e chino all’altare ascoltò il volere dei sommi protettori. La croce era posta dinanzi, enorme nella sua potenza, la sua bellezza era mistica e racchiudeva il passato e il presente nei sei avvolgimenti per lato che rappresentavano la discendenza protetta e tramandata nel tempo. Molti erano stati gli studi sulla sua elaborata forgia ma nessuno ne aveva mai colto il senso. Seduto al suo fianco decise di attendere il momento, sapeva che niente era possibile variare perché tutto era stato scritto e tramandato.

Tramontò il sole e con esso calò il freddo e un forte vento. Arrivarono a galoppo avvolti dalle nubi, predoni avvolti nei neri mantelli. Varcarono la soglia e Paolo in ascolto attese tale momento. Pose a ridosso della croce due bianchi teli avvolti nelle sommità inferiori e uscì imperturbato.

I predoni arrivati al cospetto della croce, la afferrarono con forza. Il vento esterno sembrò varcare l’ingresso, aprire al loro cospetto terra e cielo, creando un cerchio variopinto. La croce già di per sé pesante, divenne salda e ancorata e i cinque chiodi, divennero opali di un blu intenso, divennero prodigio di rinascita e perdono, trasformazione ed accoglienza. I predoni incantati dal tal divenire di pace e serenità, videro le loro vesti e manti avvolte dai teli bianchi che, come d’incanto, lì plasmarono rendendoli illuminati. Solo allora poterono vedere all’interno del cerchio un triangolo che poneva il passato in futuro riavvolgendolo e capovolgendolo.

Fu così che la croce di Lalibela, vive nella leggenda e tuttora trasforma gli animi, perdona ed accompagna nella preghiera, nella sofferenza ritrovando il bene anche nella malvagità con perdono e amore, come è sempre stato e sempre sarà.

 

Nomi e avvenimenti sono frutto di pura fantasia.

 


Id: 5788 Data: 22/09/2024 14:36:49

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Porvoo

Erano le prime luci dell’alba, quando il mercantile preannunciò il suo arrivo a Porvoo. Mark intento nelle sue letture e appunti commerciali, riviveva l’arrivo in questa città come una sorgente di nuova di vita. Il fiume faceva riaffiorare ricordi e l’osservazione incantata di quelle case portava i pensieri ad una calma ricercata. La città di Porvoo appariva, vista dal lungofiume, incastonata in un passato dimenticato, rappreso in un sogno variopinto. Quelle case colorate in legno, di rosso cangiante e quei tetti spioventi, donavano quel senso così familiare che la lunga attraversava, attendeva da tempo.

Era la fine di settembre e le colline circostanti donavano alla vista quella sembianza ocra, luminosa di cambiamento e preparazione al nuovo manto. L’aria pungente, avvertita in una leggera brezza mattutina, sembrava quasi ridestare il pensiero da un torpore lavorativo e guardingo. Poggiata in una banchina portuale, avvolta nel suo cappotto rosso, attendeva il suo arrivo impaziente una cara amica e cliente che era solita organizzare la sua permanenza. Graine, amava ordinare prodotti per la sua azienda dolciaria ed era solita rivolgersi a Mark che con precisione, riusciva a trovare curiosità ma soprattutto novità in ogni angolo del mondo.

Era passato un mese dall’ultima volta che Mark era passato per Porvoo. Aveva passato periodi difficili dalla scomparsa del caro amico, la depressione lo aveva portato ad un isolamento forzato e alla perdita di gran parte delle sue energie. Era arrivato il momento di una pausa che decise di conciliare con l’arrivo in questa città e le ultime consegne del mese. Si era riproposto più volte di conoscere meglio questi luoghi incantati e sicuramente la vicinanza di Graine con la sua radiosità lo avrebbe aiutato.

Sceso nel molo, passò le ultime consegne delle merci e degli ordini e si incamminò nella direzione concordata con la sua amica. Graine sembrava assorta nei suoi pensieri, osservava un gatto arancio raggomitolato al sole. Mark le si avvicinò silenzioso, non voleva distogliere i pensieri dell’amica, rimaneva sempre incantato nell’osservare l’amica e il suo aspetto elegante ma allo stesso tempo semplice e quei capelli ondulati nella loro rossiccia sofficità. Era la persona più dolce che conoscesse, non solo per il suo lavoro ma  anche per il suo aspetto e il suo profumo, riconoscibile anche a distanza, sapeva di cannella e vaniglia.

Arrivato poco distante, Graine prese finalmente vitalità e girandosi accolse la sua vista con un grande sorriso. Non furono necessarie tante parole e così si incamminarono verso l’alloggio prescelto poco distante dal suo piccolo laboratorio dolciario. Sistemate le poche cose, fecero subito un salto per sistemare il magazzino circostante e per accogliere la merce arrivata. Graine aveva preparato i suoi conosciutissimi biscotti alla cannella e preparato un piccolo pacchetto con della liquirizia salata che non poteva certo mancare.

Si rese subito conto che qualcosa non andava nello sguardo di Mark, era più cupo e chiuso. Sembrava stanco perciò decise di farlo riposare un pochino e dedicarsi al riordino dei prodotti e dolciumi. Mark era solo, era stanco ma non fisicamente aveva bisogno di respirare e riassaporare un aria di libertà e svagatezza. Si incammino verso un colle poco distante in cui si intravvedeva una vegetazione fitta ma pronta all’arrivo autunnale.

 Il suo sguardo rimase ipnotizzato da una roccia dalle forme strane e che sembrava salire come una scala nel sentiero che si era prefissato. Pronto a scalare i grandi e imperfetti scalini, fu distolto da una voce “Mark aspetta. Dove stai andando?” Graine era alle sue spalle e con una mano lo aveva attirato a sé strattonandolo dalla giacca. “Non uscire senza sapere e conoscere le strade. “Devi avvisarmi, questa strada non è sicura.” Mark non capiva questo improvviso timore che rigava lo sguardo di lei e cercò di indagare. “Cosa ti succede? Stavo soltanto passeggiando, avevo bisogno di aria fresca e volevo recarmi sulla collina.” Graine che aveva in mente altri progetti decise di non girare troppo intorno alle sue paure e decise di parlare.

“ Questa scala è chiamata la scala del diavolo e si dice che sia stata costruita proprio da Lucifero che con la sua forza ha tramutato la roccia in grandi scalini. Tutti qui in città cercano di evitarla perché porta alla luce tutte le più grandi paure e può tramutare il bello in brutto e addirittura si narra che molte persone non siano più ritornate perché trasformate in roccia.”

Mark era senza parole, sembrava una delle tante storie che venivano raccontate dagli anziani ai giovani. Decisero di rientrare, oramai il sole calava e la notte preannunciava il suo arrivo. Le giornate così corte erano una caratteristica che era rimasta impressa a Mark.

Ritornato nel suo alloggio, decise di assaporare la liquirizia salata famosa per il suo effetto calmante e conciliante il sonno. Non passò molto che fu avvolto in un sonno ristoratore che però fu interrotto da alcuni suoni strani e indecifrabili. Messosi a sedere nel letto, rimase in ascolto e sembrava quasi di sentire un vociare sommesso e urlante. Decise di uscire verso l’incedere di quel suono ma rimase bloccato da una visione che si presentò poco distante. Le rocce sembrava quasi essersi rianimate e mutavano forma e aspetto. Impietrito non sapeva se scappare o avanzare ma un qualcosa attirò il suo sguardo, un luccichio intermittente continuava a persistere e attirare il suo sguardo.

Durante la sua navigazione in tanti anni aveva imparato il codice Morse e capì ben presto che quel lampeggiare era un messaggio. Concentratosi, prese appunti e rimase senza fiato. Non poteva essere e non voleva credere a quello che gli stava capitando. Chinò il capo e rilesse ciò che aveva appuntato “ Mark, sono Claude il tuo amico, salvami. Non avere paura, per togliere questa maledizione, dovrai far rivivere l’amore eterno e calare una lacrima di felicità in queste rocce.” Mark era sconcertato e allo stesso tempo impaurito. Corse e bussò alla porta di Graine non rendendosi conto dell’ora. Lei lo accolse e provò a rassicurarlo ma soprattutto calmarlo.

 Ascoltato il suo racconto, crebbe in lei una preoccupazione sempre più forte. Non capiva questo cambiamento di Mark e decise di consolarlo donando la sua vicinanza per tutta la notte. Passarono i giorni e la mente ritrovò leggerezza e spensieratezza, il sorriso e l’allegria di Graine erano così contagiosi che ben presto lui si invaghì pensando che quello stato potesse donargli gioia in eterno.

Una mattina Mark si risvegliò come era suo solito, alle prime ore dell’alba. Era una giornata cupa e piovosa. Aveva tanti progetti, voleva regalare i migliori fiori e profumi di campo per risvegliare con la rugiada del sorriso il suo più grande amore. Spinto dal vento e dalla leggerezza dei suoi pensieri, bussò alla porta di Graine ma non ci fu risposta. La porta era adagiata e decise di entrare. Lei era distesa nel letto e aveva un viso angelico e sorridente. Cercò di svegliarla ma nessuna fu la risposta. A breve si rese conto che era morta e preso dallo sconforto ricadde su di lei in un mare di lacrime. Era stata malata da tempo ma niente aveva voluto condividere, aveva voluto vivere solo i suoi ultimi momenti.

Mark oramai senza un significato di vita e col cuore spezzato vago per la città senza rendersi conto dei luoghi e percorsi. Lacrime inondarono rocce e prati, divenendo piccoli rivoli. Apparvero sole e luna, stelle e tramonti, farfalle e piume, tutto rinacque e dissolse malefici. Apparve Claude che con un lungo abbraccio lo avvolse e fu per sé, la spalla che tanto aveva aspettato, nel conforto e compagnia di vita. La morte dell’amore, adesso era divenuto nuova vita e speranza, nel dono di un nuovo percorso di vita.


Id: 5784 Data: 20/09/2024 15:24:05

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Nemea

In una antica città greca, viveva una fanciulla dalle invidiabili abilità sportive, ereditate dai genitori valorosi lottatori ed atleti. Era stata chiamata Nemea per il suo valore e coraggio ereditato in decenni di lune passate e per il suo essere inconsapevolmente, Regina di quel territorio. Niente e nessuno urtava la sua indole e si prodigava sempre in diffesa degli indifesi e deboli del paese. Le sue giornate trascorrevano come gli altri ragazzi tra scuola e studio ma cercava di ritagliarsi sempre parte del suo tempo per la corsa lungo i sentieri delle rovine storiche della città.

Aveva assistito più volte ai tornei che si presentavano e nel suo animo aveva sempre desiderato parteciparvi. Cercava di immaginarsi lungo la linea di partenza, pronta in fila con le altre atlete o nella sfida del lancio del giavellotto. Sapeva che niente era facile, i premi ma soprattutto la partecipazione era legata a un duro lavoro giornaliero, fatica e a tante rinunce.

Un giorno incuriosita, decise di assistere alla selezione degli atleti per le diverse prove sportive. I tornei non erano solo di semplice corsa ma prevedevano anche altre discipline. Era possibile partecipare solo se appartenenti ad una dinastia nobile o al superamento di prove altamente pericolose. Nemea era stata cresciuta come una fanciulla di umili origini ed era consapevole che niente sarebbe stato facile e dovuto. I suoi allenamenti anche se assidui non bastavano per una partecipazione, avrebbe dovuto fare qualcosa di più che pregiudicava rischi per sè stessa e per la sua famiglia.

Indecisa su come muoversi, sapeva che l’unica possibilità era un consiglio di qualcuno fidato e preparato. I genitori, preoccupati nel vedere sempre la figlia così rattristata, cercarono in tutti i modi una soluzione alle sue ambizioni. Dopo interminabili discussioni, capirono che il tempo era arrivato e dovevano indirizzare la ragazza oltre sé stessa, verso luoghi nascosti e lontani. Esisteva un monte al di là di dieci torrenti e cascate di Nemea, dove viveva esiliato un uomo di sembianze spaventose che si diceva avesse il corpo da uomo e una folta chioma rassomigliante un enorme leone. Era possente e veloce, aggressivo e furtivo, nessuno era mai riuscito a vederlo realmente in viso. Viveva attorniato dai leoni. Chi aveva provato ad avvicinarsi era ritornato senza parole ma soprattutto forze e nessuno sapeva spiegare il motivo.

I genitori spaventati, cercarono di distogliere il pensiero di far avventurare la figlia solo per questa sua ambizione sportiva ma sapevano che il destino non poteva essere fermato. Nascondevano segreti inconfessabili e Nemea era stata affidata a loro, sapevano che questo momento sarebbe comunque arrivato. Sin da piccola era stata spinta verso alcune discipline per sviluppare alcune pratiche che sarebbero state utili in questo vicino futuro a venire.

Decisi e fermi chiamarono Nemea e le presentarono questa possibilità senza approfondire sul suo passato e su ciò che avrebbe dovuto fare. Erano stati formati per tempo e l’unica cosa che le avrebbero dovuto dare prima della partenza era una catenina con un medaglione cilindrico con al cospetto la raffigurazione di un leone.

Arrivò il momento della partenza e carica di speranza, Nemea ringraziò i genitori e si incamminò.

La via era impervia ma anche costellata da meraviglie della natura, ruscelli limpidi e silenziosi quasi dimenticati ed incantati che sembravano quasi ergersi convergenti al fragore delle rapide e cascate seguenti. I colori di quegli spruzzi, catapultati in forza espressa discesa nel vuoto, colmava l’aria di venti suadenti e manti di arcobaleni. La radura, con l’avanzare del cammino, cominciò a mutare, divenendo di un verde più fitto e intenso ricoprendo con la sua ombra un cielo d’azzurro lucente.

Nemea arrivò ad una radura posta a valle di un enorme monte e stanca dal suo perenne vagare, decise di adagiarsi su un manto di fresche margherite selvatiche. Colta da un sonno improvviso, decise di riposare consolandosi un pochino. Sentiva una voce che le ripeteva “Nemea riposa, hai vagato e dovrai vagare, niente succederà”. Questa convinzione la portò ad un sonno pesante e non vigile.

Riaprendo gli occhi, Nemea scrutò attentamente ciò che si presentò, incredula e un pochino sorpresa. Si trovava in una grotta, ricoperta di cristalli e specchi, vedeva nella sua posizione rivolta verso il soffitto, immagini raddoppiate e osservanti. Si rese a breve conto di non essere sola e dal profondo senti una voce “Benvenuta Nemea, ti stavamo aspettando”. Un uomo oramai anziano la osservava, il suo aspetto ricordava un leone ma in realtà era solo la sua folta chioma dorata che poteva fuorviare il pensiero e gli occhi. Era attorniato da leoni che, come docili cani, lo osservavano e rimanevano pacifici ai suoi piedi.

“Come sono arrivata sino a qui? Chi siete?” Nemea voleva subito delle risposte ma capiva di essere nel posto giusto. L’uomo osservandola, le tese la mano e la invitò a sedersi vicino a lui. “ Sono tuo padre e tu sarai l’erede di questo Regno” Nemea non capiva cosa stesse dicendo, perché si rivolgeva a lei come padre? “Ho atteso a lungo questo momento. Ti ho affidata per essere forgiata e resa coraggiosa, hai appreso le arti della corsa e del lancio ma anche della diffesa. Ora sei pronta a prendere ciò che è tuo e che è stato tramandato” L’uomo con fare calmo continuò “il monile che ti è stato consegnato e che porti al collo è il simbolo eterno della fratellanza tra l’uomo e la sua forza tramutata in leone, tu dovrai proteggerla e scalfire chi metterà la forza a predominio del successo, a discapito degli altri. Ricorda la fratellanza porta rispetto e pace e non il contrario. Chiunque si presenterà con forza e malvagità perderà voce e forza”

Nemea era stordita e sbalordita e il mondo sembrava in un attimo capovolto.  Il suo animo era stato sempre buono e sentiva in quelle parole, la casa e la familiarità del suo essere. “Ho bisogno di riflettere e capire”. L’uomo la osservò e le disse “osserva la luna, al passare di cinque lune rosse, dovrai ritornare e inchinarti al volere del destino e tutto sarà luce”. Lei si incamminò verso il rientro con fare furtivo e assorto ma capì che il sole e la luna oramai erano nel suo cuore e nella sua mente, pronti ad un suo ritorno verso nuove sfide ed imprese, per il bene proprio e della sua patria Nemea.


Id: 5781 Data: 18/09/2024 14:07:56

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Cometa

Viveva in una stella lontana, nel cosmo infinito, Cometa fanciulla dalle sembianze delicate e lucenti. Esile sin dall’infanzia, amava adornare il suo aspetto con vesti e veli delicati, cadenzati da colori vicini al sole e alla luna. Intenta nei suoi doveri quotidiani, studiava e percorreva con la mente, attimi di vita presenti in ogni galassia vicina e lontana. Il suo maestro, era stato sempre attento nei suoi insegnamenti e le aveva mostrato ogni segreto presente nei singoli pianeti. Aveva ereditato dalla sua famiglia un compito arduo e lei determinata e coerente cercava di registrare con attenzione tutti gli aspetti per un duraturo equilibrio spazio-tempo tra popoli e pianeti. Era a conoscenza che un minimo errore poteva portare uno squilibrio dovuto ad una non conoscenza e diffidenza tra popoli.

Cometa era predestinata ad essere l’Equilibrio magico di eventi e conoscenza ma soprattutto Regina del Cosmo. Passava le sue giornate nella sua dimora ereditata ricoperta da manti luminosi e metallici che in molti pianeti veniva impersonata come una stella. La sua terra si trovava in specchi atmosferici che viaggiavano in tempi sconfinati e lunari.

Cometa era sempre stata curiosa e vivace, passava le sue ore osservando mondi e colori. Il suo cielo era sempre in movimento come la sua terra, viaggiava e percorreva spazi sconfinati.

Un giorno attirò la sua attenzione un piccolo pianeta, era adorno di luci e colori multiformi. Incuriosita chiese al suo maestro come mai questo pianeta avesse tali sembianze e luminosità così diverse dagli altri. Il maestro, sempre attento nelle sue parole, le spiegò che di tanti pianeti ne era stato prescelto uno, per sperimentare la vita e la libertà. Cometa non capì subito il significato di quelle parole, continuava ad osservare e la sua curiosità continuò a crescere. Come era possibile che esistessero tanti colori, un azzurro infinito diverso dal suo e un verde così intenso. Passarono i giorni e decise di interrogare ancora il maestro.

“E’ possibile esplorare i pianeti?” chiese titubante Cometa.

Il Maestro rimase un po’ sospeso nei suoi pensieri e aggrottando la fronte la osservò e vide un velo di tristezza in quel volto così delicato. Aveva sempre ammirato quella bellezza, il suo incarnito era così chiaro e i capelli avevano un colore così magico nella loro brezza ondeggiante e chiara. Si schiarì la voce e le si rivolse con fare paterno.

“Mia cara Cometa, non voglio rattristarti ma non dimenticare il tuo compito. I tuoi genitori ti hanno lasciato una responsabilità enorme e tu devi solo ringraziare perché grazie a te tutto questo esiste e l’Equilibrio porta la calma dell’universo.”

Cometa non contenta di quella risposta decise di insistere: “non voglio rinnegare ciò che mi è stato donato ma vorrei solo conoscere se c’è una piccola possibilità di visione da vicino”

Il Maestro conosceva l’Universo e sapeva che tutto era possibile ma pericoloso. Pensò come potesse soddisfare quelle domande e riflettendo le pose una mano nella spalla e le sussurro:

“Solo l’incontro con una polvere luminosa di saggezza potrebbe portare l’unione tra mondi e una rinascita. Tutti sono posti alla prova e la loro scelta porterà una risposta sul futuro da intraprendere.”

Fu così che le si illuminarono gli occhi e decise che avrebbe provato questa grande impresa. Avrebbe scavato e trovato nei suoi studi la possibilità di saggezza e questa unione avrebbe portato a sé quel sorriso sperato di luce. Passarono mesi e intenta in alcune letture incappò sulla parola Destino, incuriosita distolse lo sguardo dal libro e lo volse diretto a lei. Era stata così intenta nello studio che non si era resa conto che lei avrebbe potuto dirigere e controllare gli avvenimenti. Spinta da questo pensiero organizzò il suo viaggio e diresse il suo cielo verso quel pianeta così incantevole. Dagli insegnamenti avrebbe potuto solo sorvolarlo e lasciare una grande scia visibile solo ai più attenti.

Quel giorno arrivò. Emozionata calò il suo sguardo verso quel mondo chiamato Terra rimanendo sbalordita e senza fiato.  Una luce attirò il suo sguardo, era come sé fosse presente una stella che con la sua pulsazione costante la attirava. Rimase ad osservare e vide in riva ad un piccolo ruscello un giovane di bell’aspetto che intento all’osservazione del cielo sembrava voler comunicare con polveri colorate. Incuriosita provò un’emozione così forte che il cuore sembrava scoppiare dal forte battito. “Come era possibile che qualcuno potesse vederla e soprattutto interessarsi a lei?” pensò distratta. Era troppo lontana ma lui continuava a guardare e a distribuire quella polvere dorata e rossa. Fu così che decise di avvicinarsi e accostarsi. In un attimo infinito i due giovani si guardarono e capirono che erano ed sarebbero sempre stati, l’Universo nell’Universo, il futuro e il presente, l’unione di menti lontane ma vicine, la forza di esplorare e conoscere, per sempre, in una sola mente e cuore pulsante.


Id: 5779 Data: 15/09/2024 11:01:13

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Cenerina

Intenta nel suo lavoro, Cenerina rifletteva sugli anni passati e presenti. Oramai era abituata a quel nome, nessuno aveva mai chiesto niente di lei, del suo passato, del suo vero nome, di cosa realmente volesse. Veniva chiamata, non per compagnia ma per i servizi, raccogliere e ripulire i caminetti era oramai sua abitudine, il suo lavoro.

Silenziosa e puntale si recava in ogni villa del quartiere e curva faceva ciò che doveva essere fatto. La sua figura era insignificante agli occhi degli altri, lei era solo Cenerina, con le sue vesti macchiate e scure che coprivano il suo scarno aspetto e le gote rosse, bruciate e scurite dalla cenere. Portava sempre un fazzoletto scuro sui capelli per proteggerli, nessuno aveva mai visto il suo reale aspetto.

Cenerina viveva a circa cinque chilometri da quel quartiere, in vicoli stretti e tortuosi che risalivano verso la collina. Esistevano realtà completamente differenti e sconosciute agli occhi di molti. Costruite nel tempo, erano state erette casette in lamiera dove vivevano i dimenticati, persone che camminano come ombre trasparenti, servizievoli e silenziose, laboriose e pronte a tutto nella loro onesta e semplice esistenza. Così era Cenerina, orfana e generosa, riservata ma grande lavoratrice.

Ogni mattina verso l'alba si incamminava e donava le sue forze per pochi spiccioli che per lei erano tesoro di resistenza. Lesta ripuliva case e camini e verso il rientro a casa, comprava il necessario per sè e altri piccoli orfanelli. Amava donare nel suo tempo libero sorrisi ed insegnamenti, aveva avuto una formazione scolastica e aveva sempre amato leggere. La sua vita non era stata sempre così, ma trovandosi sola aveva deciso di vivere diversamente e per gli altri. Solo questo le donava un pochino di serenità, il passato era per lei solo da dimenticare.

Quella sera, al rientro si sentiva più stanca del solito, decise perciò di riposare un pochino nel suo piccolo letto che altro non era che una tavola in legno ricoperta da un manto di cotone raccolto ogni giorno durante il suo rientro a casa. Posto al fianco del suo giaciglio, appoggiato in un piccolo barile, conservava l'unico ricordo della sua famiglia, un piccolo specchio intarsiato di piccole gemme e smerigli in ferro. Era un cimelio amato della sua cara madre. 

Era solita al rientro ripulire le vesti e il fazzoletto, sciogliere i suoi lunghi capelli corvini di una brillantezza indescrivibile e indossare una veste dai colori del cielo e del mare.

Il sonno era sempre stato fonte di sogno e rigenerazione, donava nuove forze e idee per sè e per i piccoli che attendevano sempre l'amata madrina.

Quella notte qualcosa di sorprendente accadde. Nel piccolo specchio apparve una grande stella e una visione sul suo futuro. Avrebbe dovuto usare il suo lavoro per portare ricchezza ai più piccoli e alle terre circostanti. Avrebbe cambiato l'esistenza di molti.

Fu così che dalla mattina seguente seguì alla lettera ciò che aveva visto e iniziò a raccogliere le ceneri da ogni casa e con l'aiuto dei bambini portarle nei terreni delle loro casette. Furono col tempo lavorate nella terra, lasciate riposare per poi impiantare alberi e colture che diedero frutti e verdure ricercate ovunque. Arrivarono imprenditori ma anche esteti colpiti dalla bellezza e brillantezza dei capelli degli abitanti di questo piccolissimo borgo. Crebbe l'interesse per la cenere e per l'arte imprenditoriale di una insignificante ed invisibile "Cenerina" che nella perdita sua e di molti con volontà e lavoro ma soprattutto onestà ricostruì per sè e per i tanti orfanelli la forza di credere in sè perchè tutti possono e devono ricevere amore e vita ma soprattutto luce riflessa e da trasmettere.


Id: 5773 Data: 08/09/2024 13:57:19

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La chiave

In un lontano tempo, oramai dimenticato, erano stati lasciati in custodia segreti di estrema importanza, posti in custodia in luoghi di sorprendente bellezza e sogno. Cavalieri avevano lottato e nascosto, portando con sè, i segreti dell'universo tra passato e presente. Decisero che solo una chiave potesse essere custodita e lasciata per permettere ad un meritevole prescelto di varcare la soglia della conoscenza e la visione della luce eterna.

Fu così che venne eretto un tempio, ricco di cotanta bellezza, custodito da statue di Dei vissuti e osannati recanti fiaccole e fiori. La visione al suo ingresso attirava lo sguardo verso la ricchezza di ori e marmi, dipinti e affreschi. La navata creava una suddivisione a stella dove ogni stendardo indicava una direzione propizia e protetta diretta ad un piccolo cunicolo celato dietro colui che protegge e richiama ogni bellezza semplice e pura.

Era facile rimanere incantati da tale bellezza che distoglieva il pensiero da piccoli dettagli che solo un attento pensatore poteva cogliere.

Passarono generazioni e i guardiani tramandarono e vigilarono sul piccolo cofanetto, racchiuso. Vigilavano sui molti visitatori, attendendo con cura il prescelto che potesse cogliere il dettaglio atto ad aprire il varco e con esso la conoscenza.

Calava il sole e nell'incedere dell'autunno, prossimi alla chiusura del tempio il cielo divenne rosa, piccole nuvole scoprirono uno spicchio di luna e un lampo scese potente colpendo il campanile con un suono sibile e vibrante. Una pioggia violenta ricadde e Leon, piccolo artista di strada, racchiusi i suoi piccoli dipinti in custodie di folta pelle, decise di proteggere le sue opere, correndo a riparo verso la Porta del grande edificio. Grondante varcò l'entrata e senza alzare lo sguardo, tolse dall'interno del suo giaccone, quell'involucro arrotolato, preoccupato. Distesi i disegni sul pavimento scrutò attentamente le tele e rasserenò il suo animo. Tutto era integro.

Solo allora chino in quella posizione e alzandolo lo sguardo rimase sbalordito dalla sua visione. La tela rispecchiava i suoi occhi e incomprensibilmente lui era nel suo dipinto, incantato. Lui era arrivato e con lui il segreto della chiave sarebbe stato svelato.


Id: 5772 Data: 06/09/2024 09:37:34

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L’innocente Natura

Al di là di quella linea di confine, nascosto da un granitico monte, un piccolissimo villaggio, protetto e raggiante nella sua naturale e selvaggia natura, resisteva alla sua bellezza e spensieratezza.

Una ragazza di sorprendente bellezza e intelligenza,  cresceva e sviluppava sorprendenti capacità legate al canto e alla musica. Riusciva con la sua armonia ad attirare ed incantare, creando un ipnosi crescente che sconfiggeva ogni malattia. Le abilità di questa ragazza vennero ben presto conosciute, tutti incusiositi assistevano alla sua incantevole musica e al canto melodioso ma soprattutto alle sorprendenti e inspiegabili guarigioni.

Il villaggio venne ben presto conosciuto e preso d'assalto. Arrivavano viandanti da ogni dove che chiedevano della ragazza. Speranza, oramai donna, non rifiutava domande e richieste e nella sua innocente semplicità, donava ciò che le veniva spontaneo, senza pretendere niente in cambio. Per lei era stata sempre una passione suonare e cantare e non vedeva lucro nella sua capacità.

La sua bellezza divenuta espressione non rimase indifferente a molti. Nel villaggio erano già presenti pretendenti ma lei sembrava non preoccuparsene, lei viveva solo per l'armonia che le donava sogno, semplice amore della bellezza e respiro su tutto ciò che poneva ali al suo pensiero.

Speranza continuava nel suo perenne studio di musicalità e fu attirata un giorno da un suono diverso, arcaico ma così profondo. Sembrava così simile al suo intimo, alle sue vibrazioni che suono dopo suono portò il suo sguardo verso un suo risveglio.

Attirata si avvicinò, china e nascosta, rimase lì, ipnotizzata a suo tempo da quelle note così pure. Giorno dopo giorno si invaghì ponendosi al fianco di Bronte, musicante di una bellezza sconfinata. 

Questo cambiamento portò gelosie ed invidie, nacquero conflitti, spargimenti di sangue. Speranza e Bronte decisero di separarsi e lasciare il villaggio. Ognuno doveva seguire strade diverse perchè le lacrime sconosciute oramai erano presenza, troppe famiglie erano state coinvolte. Il silenzio calò e con essa le malattie dilagarono. La bellezza sorprendente del passato divenne mare e burrasca che nel suo silente passaggio portò arsura e crepe così profonde che niente potevano oramai fermare.

 


Id: 5767 Data: 02/09/2024 10:26:18

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L’Altro - Un cuore aperto

Quel noi, presente e così forte era ed è un vortice che non vuole volgere ad una fine.

Cormac aveva provato più volte a dimenticare, chiudere quella porta doveva portare un nuovo inizio, nuove prospettive, un cambiamento emotivo che doveva giovare ad entrambi. Il tempo però sembrava essersi fermato, tutto riportava alla memoria ogni istante, quelle soffici cadenze, ogni sospiro e battito di cuore. "Era stato un gioco", questo la mente voleva ripetere all'infinito ma poi ritornava l'Altro e non voleva andare via...

Aveva ventitrè anni Cormac e quel pomeriggio vagava spensierato nel lungomare, sognante e sorpreso da quel colori così indefiniti ma così belli. Amava passare ore nel silenzio assorto della città addormentata e così silenziosa. Quella parte di Dublino era sempre rimasta nel suo cuore perchè racchiudeva la sua anima più profonda e vera. I colori, i profumi e quell'infinito erano sempre stati parte importante e tradizionale. Aveva sempre pensato ma soprattutto, gli era stato sempre ripetuto dai suoi cari che nella semplicità della vita vivevano i valori più importanti e la felicità. Non importava inseguire la ricchezza ma arricchire nel respiro ogni istante che la bellezza riflessa e rubata alla natura, donava al nostro io, profondo e così riflessivo ma attento alla ricerca del sentimento profondo di un cuore aperto.

 


Id: 5758 Data: 13/08/2024 07:40:42

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L’Altro

Cormac abitava in un casolare nelle vicinanze del porto di Dun Laoghaire. Aveva sempre conosciuto la sua realtà, le tradizioni e il dialetto che amava scambiare con gli amici di sempre.

Indeciso sul proprio futuro, passava serate solitarie, riflettendo assorto e rivolgendo lo sguardo verso l'infinita visione del mare. Cullato dai suoni e balli tradizionali, sorrideva e pensava alla spensieratezza e leggerezza di ogni istante di vita. Aveva sempre ascoltato i racconti del padre Cian e immagazzinato storia e tradizione, colori e favole. Le favole avevano sempre attirato la sua curiosità fino a condurlo anche in zone impervie e boschive della sua isola. Quegli elfi e fate, lavoratori e burloni donavano enfasi ai momenti di tristezza ed isolamento. Le atmosfere ricreate nell'infanzia con suggestive candele poste su finestre e camini, donavano in quegli ambienti, soffuse curiosità, attenzioni ma anche attese. 

Gli anni portarono nelle spalle di Cormac, insegnamenti ma anche nuove conoscenze pronte a stravolgere il proprio credo e la realtà presente.

La società oramai era pronta a un cambiamento ma soprattutto ad un' apertura verso l'altro, il diverso, il mondo. Approdarono nuove tratte aeree, visioni, suoni e sembianze diverse.

Quel suo piccolo mondo e quei lineamenti chiari e lentigginosi, crollarono nel vuoto ed infinito che oltrepassava quella linea di confine. Cormac apprese che esisteva l'Altro che poi non era altro che sete di conoscenza, di ascolto e di luce. Tutto poneva cultura, tutto cadenzava un suono, tutto assaporava di novità. 

La vita apriva nuove visioni e nuove scoperte perché esistere è anche questo e non solo noi.

 

 


Id: 5754 Data: 10/08/2024 14:05:52