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Un muro [Racconto]
Testo iniziato da Giorgio Cornelio il 08/12/2011 13:05:00
Lo fissavo. Ne osservavo la qualità, il materiale, ne valutavo perfino l'intonaco : scrostato, ammuffito e giallastro. E lui,al contempo,fissava me : volto appassito,sguardo perso nel vuoto di una malinconica prigionia.
Fuori faceva caldo, ma il mio stato di apatia più totale non mi permpetteva nemmeno di gioirne o rattristarmene....
Come occhi cechi e fissi, senza la percezione di ciò che si ha davanti.Non capivo perché mi ostinassi a guardarlo. Cercavo qualcosa, un profilo forse, tra quelle macchie di muffa cercavo di afferrare un ricordo appeso su di un chiodo, che dondolava inafferrabile. Il tempo si era fuso insieme a lui, e insieme erano prigione di vecchi ricordi, di vecchie parole, di vecchi sguardi ma soprattutto di vecchie gioie...
Cercavo con gli occhi un appiglio ma sentivo dentro, intorno, in me la pesantezza e la rigidità di una galera, di
prigioni mai ccettate e volevo abbattere con forza e coraggio quel muro che sentivo ostacolare il mio volo il mio vivere, la mia vita.
E più cercavo di abbaterlo,più dentro di me la forza di farlo diminuiva,fino a diventare una luce fioca nell'oscurità più totale. Sapevo che dopo quel mura mi aspettava la libertà,la gioia, era una consapevolezza che già da tempo mi portavo dentro; eppure,nonostante questo,restavo fermo,immobile, perso. Vuoto e inacapace di tutto.
Non sapevo ribellarmi. Nessuno,infondo, mi aveva mai insegnato a farlo.
Un’intuizione, improvvisa e lacerante come un lampo nel buio quando è notte: nessuno può insegnare ribellione, nessuno può dare libertà... forse neanche toglierla... forse quel muro che guardo e che mi guarda sono io...?
Forse non sono io, forse mi piace pensarlo. Resta il fatto che il muro esiste e che nessuno lo butterà giù. Nessuno lo ridipingerà o lo abbellirà. Nessuno se non io.
«Mi senti?» una voce strana lì da quella crepa sulla sinistra dove c’è più muffa. Il gelo dentro le ossa: la paura. Sto diventando pazzo se parlo solo, o penso, e mi risponde un muro.
«Perché mi vuoi buttare giù?»
"No, non voglio abbatterti! Sono disarmato, vedi? Non ho strumenti per poterlo fare. Neppure voglio. Voglio soltanto capire. Anzi, no. Vedere. Meglio: vedere per capire.
Vedere cosa c'è di là da te per capire se sei un'innocua costruzione, oppure...
«Mi senti?» una voce strana lì da quella crepa sulla sinistra dove c’è più muffa. Il gelo dentro le ossa: la paura. Sto diventando pazzo se parlo solo, o penso, e mi risponde un muro.
Ancora quattro passi, avanti e indietro, la lunghezza del muro adesso la conosco: non riesco a stare fermo, non voglio sentire quella voce, non voglio più pensare che impazzisco. E se aprissi un varco, piano piano, come hanno fatto tanti carcerati? Magari con le unghie, solo un graffio qui e poi...
«Non farti male». Ancora quella voce. Che cosa? Chi?
Tum-tum-tum
Rumori.
Silenzio.
Tum-tum-tum
Ancora rumori.
Che fosse la salvezza?
La tanto bramata libertà ? Era forse lei che, ascoltando i sui famelici richiami, gli era venuta incontro,e non il contrario,come sarebbo dovuto essere?
Silenzio.
Attesa.
Domande senza risposta.
Tum-tum-tum.....crac.
Una crepa sul muro : dritta,rigorosa,divina; perfetta ! Di una belezza ipnotica,quasi disumana; e osservandola,capii : non era la libertà, no di certa essa avrebbe prodotto quella crepa di così cotanta malefica belezza. No : il male gli era venuto incontro. Il Male nella sua più tenibile forma.
Tum-tum-tum-tum-tum-tum-tum
Crac
«Amico mio...»
Non ti azzardare a darmi confidenza: non ti conosco, non so chi sei.
«Io ti conosco da tempo, e so che tu...»
Basta parlare, non ti ascolto: gratto.
«... mi ignoravi solo per paura...»
Paura io? E di che cosa avrei paura?
«Sei sempre tu, con la tua solita ostinazione, a tenermi in piedi anche se sono vecchio e stanco...»
Ma...?
«Ti sei servito di me finché c’era bisogno, ora vorresti che sparissi come per magia. Ma prima noi due dovremo fare i conti...»
E quanto accidenti vorresti, tu vecchio muro marcio, per lasciarmi andare?
«Altri conti, amico mio, quelli che faremo... ma più tardi, quando sarai più ragionevole e più calmo»
Come faccio a stare calmo se mi ritrovo ancora davanti (o dietro?) a questo muro parlante con cui parlo? Non so che mi succede, forse sto sognando... In ogni caso, non so se sto davanti o dietro...
Tacqui.I miei occhi ripresero a fissarlo.
Su quel muro livido, enormi sensi di colpa, incisi come graffiti, si dilatavano, riportandomi indietro negli anni. A quel giorno maledetto di un'estate asfissiante e senza fine,quando, all'improvviso e senza un perché, le mie mani assassine avevano ucciso.
Un istante d'ira, una spinta e mio padre, l'unica persona che avevo davvero amato, era rotolato giù, giù per le antiche scale, dove da piccolo mi ero seduto tante volte immaginando di essere un aviatore che, alla guida del suo aereo, decolla in cerca di terre lontane.
Il colpo sordo della sua testa, battuta violentemente. Lì su quel muro plumbeo, scrostato, ammuffito. Senza che io avessi mai pagato per l'errore commesso.
«Lo stai pagando ora quell'errore: pensare che il tuo sogno fosse vero...»
Che dici? quale sogno?... la realtà è...
«Sogno, realtà... parole grosse: tu ancora non distingui»
Il rombo assordante prodotto dai "reverse" dell'aereo in fase d'atterraggio mi svegliò di colpo.
Il muro era scomparso. Mi guardai attorno e tirai un sospiro di sollievo. Pensai a mio padre. Era un anno che se n'era andato e io non lo avevo nemmeno rivisto.
Dall'altoparlante una voce rassicurante ci autorizzava a staccare le cinture. Presi la valigetta e mi preparai a scendere.
Ero finalmente arrivato a Parigi.
Parigi, la ville lumière, città di luce, dove senza saperlo sbarcava insieme a un’ombra.
Iniziai a girare come un randagio per Parigi, con l’impressione di avere una vita nascosta chissà dove, forse nel sogni che erano rimasti sull’aereo, appiccicati al carrello di atterraggio, o forse in quell'ombra che si allungava sotto di me nel chiarore del mattino.
Mi ritrovai al Bois de Boulogne, all’ingresso di un labirinto di siepi, con la paura e la voglia di entrare. Eccomi all’interno.
Pareti di bosso, di piracanta, di conifere ornamentali mi circondavano da ogni dove, ero preso dalla frenesia di girare, toccare, annusare. Volevo conoscere quel mondo di verdi muraglioni che mi si stringeva addosso, che si apriva al mio passare, che mi pungeva con le spine e mi tentava con le bacche. Assaggiai una drupa blu scuro splendente, forse una bacca di alloro.
Improvvisamente, appena l’ebbi ingoiata, tutto cominciò a fluttuare intorno a me, e bosso alloro piracanta biancospino diventarono un tendaggio fumoso e ondeggiante. La mia mano presa da un tremito angoscioso si protese, penetrò al di là delle cortine, la seguii.
Ero finalmente dentro al mio muro, potevo osservare quel mondo misterioso e percorrerlo volando, senza peso, evanescente.
Potevo sfiorare con le mie ali le creature bizzarre che - ormai l’avevo capito - erano le creature della mia mente, accarezzavo funghi che sfumavano in densi vapori cremisi, distoglievo lo sguardo da forme demoniache che mi invitavano con il fascino dell'orrore, ascoltavo rapito la musica di angeli diafani che mi attraversavano la visuale e sparivano in un turbinio di luci.
Il buio più terribile a volte mi avvolgeva in spirali da incubo, ma ecco che una brezza diradava l’oscurità e nuove forme apparivano sinuose, raggianti, in un turbine di colori mai visti sulla terra.
Ad un tratto, una voce mi giunse dall'ombra che era penetrata insieme a me, un suono imprevisto di cascata, di ninna nanna, di organo d'argento. "Abbracciami" diceva, "ora tu puoi venire a me, senza quel muro che ci divideva. Ora puoi essere intero. La tenerezza e l'odio, la bontà e il rimorso, la paura e la vertigine insieme alla fiducia di un bambino. Insieme avremo finalmente la parola del perdono. "
...FIN "
Misi finalmente un puntò.E subito fu il vuoto.
MI chiesi spesso,e lo faccio tutt'ora oggi, cosa il mio scritto volesse dire. L'arte,che si era oramai da tempo impossessata di me,taceva. IO stesso,non rimembravo nessun particolare ricordo,che mi colegasse con un evento del genere. Nulla. Talvolta,mi capita ancorta di perdermi in folli pensieri,che conducono sempre nel labirinto dell'assurdo. E ancora il muro è lì,a perseguitarmi.A bloccarmi l'uscita. E' il mio unico passatempo,oramai.Perdermi. Adesso,che come Asterione,vo viaggiando,solotario,adesso che,vo errando,tra i cunicoli oscuri della mia mente.