I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.
*
- Letteratura
Mario Rapisardi, spirito titanico e ribelle
Considerare oggi Mario Rapisardi (1844-1912) un emulo catanese di Giacomo Leopardi appare quanto meno riduttivo. Indubbiamente il poeta si forma nella stessa temperie culturale e vive la stessa tormentata simbiosi con la sua opera, che spesso risente (come nei versi delle Ricordanze del 1872) della genuina ammirazione per il modello leopardiano. Rigide notti un timoroso affetto, Come a trepida lampa aura che fugge Ad agitar ti vien l’anima in petto, E tutta paurosa ne le custodi coltrici ti stringi, E al vigile pensier schermo non trovi, Sovra il tuo roseo ciglio. È altresì vero che,inquadrando la complessa personalità del Rapisardi entro canoni di espressione completamente nuovi, l’influenza del positivismo porta a maturazione un processo formativo che ha il suo punto d’origine nel pessimismo cosmico e nel motivo dell’infelicità umana, cui si viene ad innestare successivamente una fiducia sconfinata nel potere rigenerativo delle arti e delle scienze. Rapisardi nasce e soffre insieme con i suoi personaggi: romantico e ombroso, è spesso un mistero per i suoi contemporanei con i quali rimangono famose le accesissime polemiche. Ancora adolescente, la lettura appassionata di Alfieri, Monti, Foscolo e Leopardi instilla in lui quella vena di titanismo sviluppatasi successivamente fino a plasmare il suo spirito in modo significativo; a ciò si aggiunge una sensibilità irrequieta e nervosa che l’artista riversa nello studio delle lettere, della pittura e della musica, e che viene esasperata dai tumultuosi avvenimenti culminati nel 1860 con l’unificazione della penisola. Rapisardi è un giovane molto permeabile nei confronti della congiuntura storica, come pure verso tutti gli ideali cavallereschi ed eroici: con l’animo infiammato da sincero zelo patriottico, compone in quegli anni un Inno di guerra agl’ italiani e l’incompiuto poemetto Dione, nel quale esalta le battaglie di Solferino, Palestro e Magenta. Insofferente agli studi di giurisprudenza che il padre, agiato procuratore legale, insiste nel fargli intraprendere, si dedica presto ai classici greci e latini. Le correnti filosofiche di matrice positivistica ne indirizzano però non soltanto l’attività di traduttore e di filologo, ma anche quella, parallela, di poeta e letterato. Il connubio arte-scienza si concretizza allora nel suo primo, importante poema, La Palingenesi (1868), che in 10 canti polimetri condanna la corruzione del clero e, auspicando un ritorno alla purezza originaria del cristianesimo dei primi secoli, sostiene l’azione moralizzatrice di Martin Lutero e una radicale riforma religiosa pacificatrice del mondo. Non stupisce che il “Vate Etneo” si sia attirato presto le antipatie delle gerarchie ecclesiastiche: per il suo secondo poema, Lucifero(1877), pare che l’allora arcivescovo di Catania abbia ordinato addirittura un autodafè. Ispirato ai componimenti di Parny e di Milton, Lucifero, in 15 canti polimetri, difetta di una certa coerenza d’insieme e mostra a volte una farraginosità che mal si accorda con quelle descrizioni d’effetto e quelle celebrazioni memorabili che valgono al suo autore il plauso di Garibaldi e il titolo di Cavaliere della Corona d’Italia (e lui era uno schietto repubblicano!), nonché la nomina a professore ordinario di Letteratura Italiana e Latina da parte delministro della Pubblica Istruzione Francesco de Sanctis. Il poema, che resta l’espressione più significativa della poesia italiana d’indirizzo positivista, suscita entusiasmi per i vibranti sentimenti d’amor patrio (nel XI canto vengono esaltati in toni aulici le guerre d’indipendenza e l’ossario di Solferino) ma attira anche grosse inimicizie, la più famosa fra le quali quella del Carducci. Accade infatti a questi di riconoscersi nel “plebeo tribuno e idrofobo cantor, vate di lupi” descritto nel XI canto: testa irsuta, ampie spalle, ibrida e tozza persona, in canin ceffo occhio porcino, bocca che sente di fiele e di vino e immediata è la sua reazione. Nonostante Rapisardi lo rassicuri più volte di non aver avuto intenzione di alludere a lui, Carducci gli diventa nemico irriducibile e lo bolla più volte con epiteti offensivi quali arcade cattivo soggetto di Catania e vil catanese. È vero che questo non rappresenta un episodio isolato nella vita e nella carriera del Vate: il gusto tipicamente catanese per la caricatura e l’ironia sferzante, unito ad un carattere naturalmente ribelle e misantropo, è all’origine di una miriade di polemiche che oppongono il Nostro a molti suoi contemporanei (Aleardi, De Gubernatis, Capuana, Stecchetti, solo per citarne alcuni). Rapisardi, del resto, non ha mai esitazioni ad offrire il petto agli altrui strali e ad ergersi contro tutto e tutti. Controverso è anche il suo rapporto con la religione, complice forse anche il processo di secolarizzazione che investe la società del tempo; il Lucifero, anzi, scaturisce proprio da una crisi di ateismo, che egli riversa in quasi 10.000 versi d’ispirazione montiana. Lucifero è l’eroe che sale sulla Terra per incarnarsi, dar salute all’uomo e morte a Dio; ama Ebe, passa da un paese all’altro e da un’epoca all’altra: Dio tacea da gran tempo.Ai consueti Balli moveano in ciel gli astri, e con dura Infallibile norma albe ed occasi Il monotono sol dava a la terra. Questo l’esordio di un’opera che, sebbene traboccante di sincera passione, viene definito un caratteristico esempio d’intemperanza letteraria, assai più che la Palingenesi. Negli anni Ottanta Rapisardi, imbevuto del socialismo emergente, pubblica la Giustizia (1883) e il Giobbe (1884) lungo poema che, leopardianamente, canta il cammino dell’umanità infelice amalgamando naturalismo e pessimismo cosmico. Nelle Poesie Religiose (1887) la fede positivistica si fa religione: ed è il Rapisardi più maturo, che supera incongruenze stilistiche e affastellata retorica. In 37 componimenti dalla forma ben curata, il Vate riversa tutti i moti del suo animo in una struggente melodia poetica. Ma è una parentesi e nell’Atlantide (1894), suo ultimo poema, egli torna a fustigare la società italiana inetta e lasciva, additando soprattutto nella borghesia i principali germi della corruzione. Di contro, canta il potere rigenerativo che la scienza ha sempre avuto in tutte le epoche, soffermandosi sulle figure di Newton, Darwin, Marx. Negli ultimi anni, il poeta si chiude in un silenzio orgoglioso e superbo, indifferente agli onori tributatigli dai concittadini e alle critiche di studiosi come il Croce, continuando però privatamente a comporre feroci epigrammi contro gran parte dei letterati. Muore nel 1912 a Catania: i suoi funerali sono grandiosi, la città tiene il lutto per tre giorni. Le inimicizie che si era procurato nelle file del clero, però, ne vietano la sepoltura e la sua salma rimane per oltre dieci anni in un magazzino del cimitero comunale. Possiamo immaginarlo superbo e sprezzante anche di fronte a tale ignominia, ma certamente non di fronte all’oblio cui andrà incontro durante il fascismo. Dopo la Liberazione, il suo nome riemerge grazie agli studi di Asor Rosa e Concetto Marchesi. Da alcuni anni, la sua statura letteraria è oggetto di un’appassionata riscoperta attraverso la ripubblicazione delle sue opere in formato digitale. Donatella Pezzino
Id: 3634 Data: 26/03/2025 15:24:13
*
- Letteratura
Giovanni Formisano fra quotidianità e arte
Un famoso aneddoto risalente alla Prima Guerra Mondiale racconta di un canto, intonato da un coro di soldati catanesi, che fece fermare le ostilità durante una battaglia: gli austriaci, rapiti dalla sublime melodia che si levava dalla trincea nemica, smisero per qualche attimo di sparare per poterla ascoltare. Quel canto era E vui durmiti ancora, entrato ormai a buon diritto nella tradizione e nel folklore siciliano. A tal punto che la fama del suo autore, il catanese Giovanni Formisano (1878-1962), ne è stata spesso adombrata. Ma da qualche tempo la sua personalità e la sua opera sono oggetto di riconsiderazione, soprattutto da parte della sua città, Catania: alcuni anni fa gli sono stati dedicati una via cittadina ed un monumento in piazza Maiorana. Poeta e commediografo, Formisano fu attento osservatore della realtà: ma un osservatore che non ha bisogno di rivestire la quotidianità, anche nei suoi aspetti più tristi, di note false ed edulcorate. Egli trova il buono in ogni cosa, anche nella morte, nella malinconia, nella povertà. Questo perché la sua poetica è espressione stessa del suo modo di vedere e di vivere le cose. L’animo dell'autore catanese è semplice e delicato; ed è velato di una sottile malinconia che si stempera in una vena di ironia agrodolce. Il suo dialetto raggiunge vette di lirismo inusitate ma senza sconfinare in un manierismo stucchevole e artificioso: questo perché dal parlato trae efficacia ed autenticità, ma ne elimina gli aspetti più bruschi e stridenti. Tutto ciò senza infiorettature e senza esagerazioni: la voce di Formisano è la voce del cuore, di un cuore semplice e buono che coglieva la poesia in tutto quello che vedeva, ed era un poesia malinconica, appassionata e struggente, capace ancor oggi di sorprendere il suo lettore: Un tristi jornu ti ‘nni jsti tu lu suli torna e tu non torni cchiù!
La lontananza della donna amata, la nostalgia della giovinezza passata, il rimpianto delle persone care perdute per sempre: motivi ricorrenti, cantati con serena disillusione. A volte, come in Siti cuntenti ora? o in Ma no davanti a mia!, vibra l’appassionato sdegno dell’amato respinto, ma sempre il tono del rimprovero è sfumato, e ancora quella malinconica rassegnazione dice tutta una concezione della vita: le cose belle esistono per essere vagheggiate e rimpiante, perché quasi sempre sfuggono per non tornare più.
E così l’amore è attesa, l’attesa di un brevissimo istante: passu ccà fora tutti li nuttati e aspettu puru quannu v’affacciati.
E dopo l’attesa, lunga ed intensissima, il sogno arriva, e sfugge via. Restano la solitudine, lo struggimento, e infine la poesia.
Donatella Pezzino Bibliografia: Giovanni Formisano, Campani di la Virmaria. Versi siciliani con relazione di Luigi Pirandello, a cura di Francesca Romana Puglisi e Sergio Sciacca, Edizioni Greco, 2004.
Id: 3628 Data: 18/03/2025 14:43:57
*
- Letteratura
Ignazio Buttitta: la poesia come verità del male di vivere
Non sugnu pueta; odiu lu risignolu e li cicali, lu vinticeddu c'accarizza l'erba e li fogghi chi càdinu cu l'ali; amu li furturati, li venti chi straminanu li negghi e annettanu l'aria e lu celu. (Non sono poeta/odio l'usignolo e le cicale/il venticello che carezza l'erba/ e le foglie che cadono con l'ali/ amo le bufere/i venti che disperdono le nuvole/ e puliscono l'aria e il cielo.) Queste poche strofe da Non sugnu pueta riassumono sostanzialmente la complessa e tormentata poetica di Ignazio Buttitta: poesia è affondare le mani nel cuore degli uomini che soffrono per tirarne fuori tutto il dolore, e nel contempo aprire gli occhi, sciogliere cappi e catene. In una sola parola la missione del poeta è quella di denunciare gli abusi del potere sulla povera gente, far propri il dolore e la miseria di questa stessa gente – la sua, il popolo siciliano – e lottare al suo fianco, strappandole preventivamente ogni sorta di velo dagli occhi per liberarla innanzitutto dalla servitù dell’ignoranza. Nato a Bagheria nel 1899, Buttitta fu vicino sin dal 1945 agli ambienti lombardi gravitanti intornoalla redazione de L’Unità ; nello stesso periodo strinse relazioni amichevoli e culturali con Vittorini, Cagli, Bontempelli e Quasimodo. Il dopoguerra lo vede essenzialmente poeta "di piazza", impegnato ed anticonformista, voce di ferro contro la guerra, il fascismo, lo sfruttamento dei lavoratori delle miniere di zolfo; contro i baroni che opprimono i contadini, contro la mafia, contro chi costringe i siciliani disperati ad emigrare, contro chi mantiene il popolo nell’ignoranza per strumentalizzarlo a proprio piacimento. Abusi ed ingiustizie ai danni dei più deboli sono condannati dal Buttitta col duplice intento di fustigare i colpevoli e dare alle vittime il coraggio di alzare la testa: "U privilegiu piaci/ “ sottolinea nella poesia U rancuri, rivolto ai feudatari “ a tradizioni di l’abusu/ a disumanità/u sfruttamentu piaci/ l’aviti nto sangu;/e vurrissivu ristari a cavaddu/cu elmu e scutu/e li spati puntati;/crociati di l’ingiustizia,/ a massacrari i poviri." Poi, con ironia tagliente: "Io vi considiru… sunnu i braccianti chi v’odianu" arrivando al paradosso di un plebe stracciona ed invidiosa, rea di insidiare la tranquillità di antichi privilegi che nessuno da secoli ha mai dovuto mettere in discussione. La poesia di Buttitta diventa così lotta, riscatto, liberazione, voce del popolo che soffre perché oppresso e sfruttato. Naturalmente questa peculiarità nell’opera del Nostro non è nata con le opere giovanili, ma è piuttosto l’approdo di un lungo processo di maturazione culturale e politica, una presa di coscienza, insomma, che ha preso forma negli anni. Un sentimentalismo manieristico, con richiami dannunziani alla vita pastorale contraddistingue, ad esempio, il poemetto Marrabbedda, pubblicato nel 1928: in esso la partecipazione intima alla vita dell’umanità oppressa non si delinea ancora con efficacia, e resta ancora sui generis, come uno sfondo piuttosto sfuocato. La forza ideale delle opere più mature si avverte a partire dal 1954, con Lu pani si chiama pani, cui faranno seguito Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali ( 1956), La peddi nova ( 1963 ), Lu trenu di lu suli e La vera storia di Giulianu (1963), Io faccio il poeta (1972), Il poeta in piazza (1974), Prime e nuovissime (1982), Pietre nere (1983) Colapesce (1986).
Un pessimismo esistenziale permea fortemente tutta la produzione di Buttitta, il quale intende sempre porre in primo piano la tragicità del destino dei protagonisti, quasi sempre braccianti, contadini e minatori: la lotta per il pane e la libertà è estenuante, sofferta e spesso infruttuosa, ma sempre animata da una speranza vibrante e comune a tutti. Qualcuno ha accostato la poesia di Buttitta a quella di Majakowskij e di Neruda, nonchè alla mistica francescana: Buttitta stesso ha smentito queste voci richiamandosi al verismo ma soprattutto ad un percorso formativo tutto personale, che attinge alla tradizione dei canti popolari siciliani e alla verità del sentire – e del parlare, come testimonia il vivido dialetto da lui impiegato – del popolo siciliano. E quanto egli senta seriamente questo ruolo di vox populi lo testimonia uno dei suoi più tipici detti: "Chi mi cuntati?/Io u pueta fazzu!" come a sottolineare ironicamente che il poeta non parla, dà semplicemente voce a chi non può parlare. Donatella Pezzino (Versi d'apertura tratti da Ignazio Buttitta, Io faccio il poeta. Con prefazione di Leonardo Sciascia, Milano, Feltrinelli, 1977, p. 37.)
Id: 3625 Data: 17/03/2025 16:01:52
*
- Letteratura
Mestiere di donna e di scrittrice nell’Italia di fine ’800
Mestiere di donna e mestiere di scrittrice nell’Italia di fine Ottocento Donatella Pezzino “ Dio, com’erano noiose quelle serate d’inverno! Sempre i due vecchi accanto al fuoco; sempre lo stesso tavolino un po’ più indietro, colla stessa lampada, e le stesse zie cogli stessi lavori. Sempre mio fratello, imbronciato di non poter uscire a fare il giovinotto, che tirava certi sbadigli da destare un morto. Ed io e mia sorella, sempre occupate a ricamare fiori improbabili ed animali mostruosi, con tutta la precisione possibile, su qualche inezia elegante. Ogni tanto esclamavamo:” Oh Dio! Sono appena le otto!Sono appena le otto e mezzo!” E così via, di mezz’ora in mezz’ora, finchè veniva un’intimazione superiore del nonno, sempre impensierito del nostro bene, di smettere il ricamo perché ci affaticava gli occhi. “ Ma non sappiamo cosa fare” si rispondeva noi. “Leggete una commedia di Goldoni.” Il nostro capo di casa era un uomo positivo…Appena noi ragazze eravamo tornate di collegio aveva messo l’Alfieri sotto chiave. “ Se leggono questa roba, addio lista del bucato” diceva; addio note della spesa; addio testa! Si mettono in mente di sposare un eroe e non si maritano più.” Ho riportato questo lungo passo di Maria Antonietta Torriani, grandissima scrittrice novarese meglio nota con lo pseudonimo di Marchesa Colombi, perché è in sé emblematico di una condizione epocale che riguarda tutte le signorine dabbene dell’Italia ottocentesca, senza distinzioni di carattere regionale; semmai dovessimo restringere il fenomeno ad una categoria, potremmo immaginare la scena poc’anzi descritta nel contesto di quasi tutte le case medio-borghesi. Il nonno di cui ci parla la Torriani aborrisce i romanzi; filtra tutte le letture, lasciando circolare per casa solo le commedie del Goldoni; reputa l’Alfieri “pericoloso” perché travia la mente delle fanciulle e lo mette “ sotto chiave.” Qual’era dunque la formazione culturale delle donne e perché la società si mostrava tanto guardinga nei confronti delle donne che leggevano? Per poterlo comprendere, dobbiamo guardare nella sua interezza l’Italia di allora, appena uscita da un controverso processo di unificazione, con la sua industrializzazione nascente, con le sue lotte fra clero e laicato, con i primi fermenti del movimento operaio e la nascita di associazioni di ogni tipo; la donna si trova in mezzo, schiacciata da una società a tutti gli effetti maschile, che la considera debole e pericolosa e tenta perciò di ridurla come mai nella storia ad una condizione di penosa subalternità.” Delle donne si parla con diffidenza” scrive in proposito Lucetta Scaraffia ” si attribuisce ad esse, facili a cedere alle lusinghe della moda e delle novità, la principale responsabilità del processo di scristianizzazione in atto, mentre la Chiesa si assume il compito di tenere sotto controllo la loro natura…” Eppure tanta misoginia deve pur cedere il passo ad una visione realistica delle cose: la donna è ormai l’unica carta da giocare rimasta in mano ad una Chiesa che non si rassegna a perdere terreno nei confronti della riscossa laica e secolare. Il Sillabo di Pio IX ( 1864 ) e successivamente l’enciclica Rerum Novarum( 1891)di Leone XIII rappresentano una decisa presa di posizione della Chiesa nei confronti della modernità, della quale i due papi danno una interpretazione a tutti gli effetti negativa. Contro questa “ Modernità” che fagocita le coscienze e le affranca dai pesanti condizionamenti della religione, la Chiesa cattolica non vuole restare a guardare: appoggiandosi sugli strati più marginali, contadini e donne, getta le basi per la creazione di un “ cattolicesimo sociale”. In altre parole, i cattolici sono chiamati ad una attiva partecipazione alla vita della società laica e alla costituzione di una vivace opposizione. In questa situazione così delicata, il ruolo della donna acquista una grande importanza e agli occhi della Chiesa appare fondamentale esercitare su questa categoria sociale un efficace – e quanto mai invadente - controllo. La modernità, come già si è detto, può avere buon gioco ad affascinare la donna, geneticamente frivola e debole: ed è troppo rischioso se la donna si allontana dalla retta via, perché alla donna spetta l’importante e delicato compito di allevare la prole e tenere unita la famiglia. Con estrema accortezza, la Chiesa comincia perciò a far leva proprio su questo ruolo di moglie e di madre per poter riguadagnare il terreno perduto e ricominciare proprio dall’elemento base di ogni società: il microcosmo familiare. Tutto ciò prelude alla diffusione, ad opera della agguerrita propaganda clericale, del topos chiave della morale ottocentesca, quello che esalta nella virtù muliebre le doti di angelo del focolare: “ La donna in Italia è la regina del focolare e perciò appunto la famiglia italiana è la più morale del mondo. Da noi il santuario domestico non è stato ancora profanato dall’empietà e dalla licenza, perché la donna vi mantiene incontrastato il suo dominio e vi esercita liberamente le sue funzioni.” Così il gesuita Passivich difendeva, agli albori del Novecento, il ruolo tradizionale della donna contro l’incalzare del femminismo contemporaneo. Ed è solo una fra le tante voci cattoliche preoccupate di tutelare questo ruolo così minacciato: non dimentichiamo tanta letteratura didattica e formativa diretta alle donne italiane del secondo Ottocento. La grande fortuna editoriale della manualistica cattolica diretta alle donne dimostra che la Chiesa raggiunse pienamente il suo scopo.Nel 1867 a Milano veniva pubblicato il più diffuso fra questi manuali intitolato La donna cattolica: opera del gesuita G.Ventura, proponeva un modello di donna che fin dall’infanzia “ più che i puerili trastulli, amò le occupazioni proprie del suo sesso” , addirittura “bisognosa di freno nell’applicazione ad ogni genere di donneschi lavori” e per la quale “la volontà del padre era… un oracolo” e, anziché brigare in ogni modo per procurarsi un marito, o, peggio ancora, perdersi in fantasticherie amorose, attendeva “ con indifferenza…dalle disposizioni divine e dalla prudenza e dall’amore dei suoi genitori il suo collocamento.”Una volta sposata, obbediva in tutto allo sposo ed educava i figli secondo i più rigidi dettami della morale cattolica, vigilando soprattutto sulla loro purezza, tanto da farli dormire “ poco meno che tutti vestiti e colle mani accrocchiate sul petto”, staccandosi da loro solo dopo che si erano addormentati. Questa madre che avrebbe preferito i figli morti piuttosto che in peccato mortale ( sull’esempio di Rita da Cascia) , era anche un angelo di carità che si adoperava per i poveri. La propensione femminile alla commozione, all’irrazionalità e al sentimento veniva dunque incanalata entro tradizionali e rassicuranti schemi comportamentali; un fenomeno che, in definitiva, trovava d’accordo anche gli anticlericali poiché la religione, sulla donna, non aveva tanto un peso politico, ma formativo, regolativo della condotta femminile. Ecco dunque che il libro di devozione diventa il libro “ideale” per la donna:” Sono pochi i cattolici, liberali ed illuminati, che sognano libri…che non siano libri devozione” scrive giustamente Michela De Giorgio nel volume della Storia delle donne - curato dagli storici francesi Duby e Perrot - dedicato all’Ottocento. Dolci affetti familiari, cure domestiche, entusiasmo eroico per la religione e soprattutto vicende esemplari di figlie, spose e madri : questa era la materia che i pochi cattolici illuminati consideravano perfetta per interessare l’intelletto delle donne. Ma nel primo Ottocento siamo ancora lontani, in Italia, dal destinare simili letture al pubblico femminile: solo i libri di devozione e di preghiere dominano la produzione editoriale italiana di questo periodo. Bisognerà attendere gli anni 70 perché anche la nostra penisola possa vantare la sua prima generazione di romanziere nazionali, in aperta concorrenza con le francesi e le inglesi. Da donne, le scrittrici sanno come affascinare il pubblico femminile: non hanno certo vita facile, ma possono contare già da subito su un discreto numero di “fedelissime”. Nella seconda metà dell’Ottocento fioriscono Neera, La Marchesa Colombi, Matilde Serao, Contessa Lara: diventano presto degli idoli. La loro affermazione va di pari passo con una nuova presa di coscienza che, soprattutto al Nord, sfocia nei primi movimenti femministi e nella tutela delle donne lavoratrici. Pioniere come Anna MariaMozzoni si battono a favore dell’istruzione femminile e dei diritti della donna: molte sono giornaliste ( è il caso della stessa Mozzoni, e della sua amica e collaboratrice Marchesa Colombi) e animano di vivaci dibattiti svariate riviste come Tratto comune di queste giornaliste e scrittrici è l’utilizzo di una lingua semplice, lontana da arzigogolamenti “ dannunziani” e attinta il più possibile dal parlato: ciò non soltanto per la mancanza di una formazione umanistica di tipo tradizionale, ma soprattutto per la primaria esigenza di essere comprese immediatamente dalle loro fruitrici, donne di tutte le età, di tutte le classi sociali e di vari livelli culturali. Non dimentichiamo che La Marchesa Colombi ricevette moltissimi biglietti di ringraziamento dalle “serve” quando le difese a spada tratta in una famosa lettera aperta a Matilde Serao. Contro quest’ultima, che aveva in precedenza invitato le sue lettrici a non fidarsi delle loro serve, naturalmente portate all’invidia e al boicottaggio verso tutti i beni delle padrone, La Marchesa Colombi ribatte indignata: “Signore, che ci chiamano amiche, sparlano alle nostre spalle quanto le umili serve”. La difesa di questa particolare classe lavoratrice si inserisce, nella scrittrice novarese, nel contesto di una più ampia visione della condizione femminile del suo tempo: non solo “ angelo del focolare”, come vuole la propaganda misogina e cattolica, ma anche donna che vive del proprio lavoro. Emblema di questa ferma convinzione è il suo racconto Impara l’arte e mettila da parte, in cui la protagonista non pensa ad un buon matrimonio per il suo futuro, ma parte già dall’idea di vivere della sua professione. Nel quadro di una temperie culturale fortemente permeata dalle correnti veriste, e complici le medesime frequentazioni di circoli e salotti, le scrittrici italiane di fine Ottocento sono più propense ad indagare fra le pieghe del disincanto che non a vagheggiare amori ideali. In Neera, Matilde Serao e Marchesa Colombi troviamo evidenziato soprattutto lo stridente contrasto fra il sogno della giovane donna borghese di un amore coniugale romantico e assoluto e l’amara disillusione che regolarmente le attende : ne è esempio brillante il celebre Matrimonio in provincia della Colombi ( ma il tema viene ripreso anche in molti dei suoi racconti, con la variante di tutte le possibili reazioni alla delusione, compresa l’automonacazione forzata) . L’infelicità femminile, alla quale spesso la protagonista soccombe, col suicidio o la rassegnazione, è un tratto saliente anche dell’opera di Neera: infelicità verghianamente dipanata in un ciclo di “ vinte”, la trilogia di romanzi Teresa-Lydia-L’indomani. Con ironia dissacrante e amara, Matilde Serao tratteggia dal canto suo ritratti di donne vittime della loro stessa virtù ( è il caso soprattutto della Virtù di Checchina, uno dei suoi capolavori). Altre autrici, soprattutto siciliane, di quegli anni,sono ancora avvolte dall’oblio, complice la mancanza di seri studi sulla loro opera ( consegnata per lo più ad archivi e biblioteche) e la contemporaneità di “titani” come Verga e Capuana, che le hanno offuscate completamente. Nomi come Elvira Cimino Buonafede ( Palermo,1872-1941), autrice attiva soprattutto fra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primissimi del Novecento ( Donne americane, 1903; Verso la giustizia, 1909) e Gemma Farruggia, ( Palermo,1867-1930), la cui produzione è fortemente orientata, più che al Verismo, all’opera di D’Annunzio( specie in L’Idea, 1889; Follie muliebri, 1892) sono oggi, purtroppo, ancora sconosciuti al grande pubblico. Ma testimoniano che la letteratura femminile del secondo Ottocento non si ferma alla Serao, nello specifico del sud Italia; testimoniano l’esistenza di fermenti intellettuali anche laddove il Verismo è per antonomasia considerato “maschile” ed imperante. Testimonia che ,non solo al nord, le donne cominciano a battersi per una maggiore autonomia culturale: non dimentichiamo che è donna la prima laureata in Scienze naturali a Catania nel 1915. Si tratta di ujna suora domenicana del Sacro Cuore di Gesù: ciò non stupisce se si pensa che i conventi hanno sempre dato alle donne la possibilità ( che, per quanto limitata, era sempre una possibilità negata alla maggior parte delle donne laiche) di coltivare le lettere e di istruirsi, anche nei periodi intellettualmente più oscuri della storia. Negli anni ‘50 del XIX secolo, prima della soppressione delle comunità religiose voluta dallo Stato Italiano, non mancavano nei monasteri di clausura anche storiche che si destreggiavano con i documenti antichi del loro archivio e le opere di storia patria: ne ho recentemente scoperto un esempio in Suor Maria di Gesù Lo Giudice, badessa del monastero di Santa Chiara a Catania, della quale l’Archivio Diocesano cittadino conserva ancora una Storia dei monasteri del suo Ordine ( 1854 ). Niente di nuovo, invece, sul fronte della letteratura di denuncia del fenomeno delle monacazioni forzate: qualche secolo prima l’Inferno monacale della veneziana Arcangela Tarabotti aveva fatto scuola. Nel 1864 un’autobiografia antiagiografica, dai forti contenuti patriottici e risorgimentali, viene data alle stampe da Enrichetta Caracciolo: si tratta dei Misteri del chiostro napoletano, opera critica e politica che parte dalla denuncia della reclusione forzata per evidenziare poi, nel contempo, tutta una serie di comportamenti estremi e paradossali tipici della religiosità del tempo. E anche qui il Verismo fa scuola, fornendo all’autrice i mezzi per smascherare, a volte con amara brutalità, certe ipocrisie “teatrali” della società in cui vive. - AA.VV., La Marchesa Colombi, una scrittrice e il suo tempo, Novara, Interlinea Edizioni, 2001 - AA.VV., Donne e Fede, a cura di L.Scaraffia e G.Zarri, Roma-Bari, Laterza, 1994 - AA.VV., Storia delle Donne, L’Ottocento, a cura di G.Duby e M.Perrot, Roma-Bari, Laterza, 1991
Id: 3555 Data: 10/12/2024 13:49:46
*
- Letteratura
Esistenzialismo e Crepuscolarismo in Giuseppe Villaroel
La mia poesia è rimasta sospesa tra le esercitazioni dell’Ottocento e le arditezze del ‘900. Con questa breve ma felice espressione, Giuseppe Villaroel (1889-1965) riassumeva l’intera cifra del suo verseggiare. E infatti ancora oggi, a più di cinquant’anni dalla sua scomparsa, l’autore catanese non si lascia etichettare facilmente. Già molto refrattario a qualsiasi tentativo di catalogazione entro gli schemi di un unico movimento culturale, questo intelletto sensibile e poliedrico (laureato in legge e in lettere fu, oltre che poeta e romanziere, anche insegnante, giornalista e critico letterario) si dimostrò sempre estraneo alle facciate, alle pose, alle avanguardie urlate o, come scrisse Luigi Tonelli, “alle seduzioni della volubile moda"; più incline a considerare la poesia un fatto intimo, un luogo dove ritrovare la propria autenticità, un rifugio dove riversarsi intero o rintracciare il senso ultimo dell’esperienza umana. L’ esserci dell’uomo, in particolare, fu un aspetto della vicenda universale che lo assorbì per tutta la vita e che impregnò la sua poesia fin dagli albori; più nascostamente nelle opere giovanili e via via in modo sempre meno sotterraneo negli scritti successivi, per poi emergere chiaramente nel periodo della piena maturità. Nella sua poesia, questo esistenzialismo si innesta nel tronco di un crepuscolarismo che c’è – innegabilmente – ma che molti critici si sono rifiutati di attribuirgli: manca infatti nel Villaroel quella vena ironica che costituisce uno dei tratti caratteristici della poesia crepuscolare. Tuttavia, anche ad un esame superficiale, il suo verso appare permeato fino al midollo di quella malinconia, di quella stanchezza, di quell’attenzione alle piccolezze che appartengono in toto alla sensibilità degli autori crepuscolari. In questo contesto, le reminiscenze della poesia classica e di quella ottocentesca intervengono a marcare ulteriormente la tendenza, già a lui congeniale, a stemperare in tonalità spente e autunnali la percezione della realtà. Lungi dall’essere un atteggiamento puramente intellettuale, questa crepuscolarità è una vera e propria attitudine che nasce dal suo profondo di uomo e di poeta e ne filtra l’intera visione del vissuto umano: basti pensare alla sua delicata e struggente descrizione del “vate” Rapisardi, così ritratto nell’opera Gente di ieri e di oggi: Perché, diciamolo ad alta voce, Rapisardi fu di cuore sensibilissimo, generoso e indulgente. Ma, ironia della sorte, sembrò del tutto l'opposto. Sembrò gravido di rancore, selvatico e grossolano. Ed era, viceversa, un timido e un buono, cui spesso l'ira toglieva il senso della misura; più nelle parole, che nei fatti. E, se difetti egli ebbe, altri non furono che quelli di un eccessivo orgoglio e di un'ombrosa suscettibilità. E più avanti: Per fortuna del Rapisardi, quando la vitalità lirica del suo mondo interiore, superato il gravame delle costrizioni sociologiche, dialettiche e speculative, riuscì ad aver libero sbocco nel sentimento e nella fantasia, ecco il poeta ritrovar se stesso e consegnare al tempo, qua e là, nelle « Religiose », nei « Poemetti » (e persino in alcuni brani dei suoi pletorici poemi) un'arte durevole. È questo il Rapisardi elegiaco, desolato e scettico (ma di uno scetticismo che non si essicca e ripone fede nelle forze eterne e nel mistero della natura); è questo il Rapisardi nostalgico. Allora il poeta coincide con l'uomo; e i suoi tristi occhi stupiti interrogano la vita, le stelle, l'infinito. Allora le chiome lunghe si addicono alla sua grande solitudine spirituale e le parole combaciano col suo temperamento di trasognato amante della libertà e della giustizia umana. D’altra parte, Villaroel non è del tutto scevro dalla vena ironica tipica dei crepuscolari: l’umorismo che manca al poeta, infatti, lo ritroviamo nel narratore (in particolare nel volume di racconti Via Etnea); ma sempre in modo delicato, sotteso, lieve come un velo di polvere che si posa sulle cose. Dai suoi versi, invece, ogni sorriso, anche amaro e disincantato, appare bandito, e il cuore è immerso in un continuo trascolorare nel quale la realtà esterna e gli stati d’animo si fanno specchio ed essenza l’uno dell’altra: perchè mi trema dentro gli occhi il pianto delle cose che tornano Crepuscolare è anche quel suo bisogno di compianto e di confessione nel quale vibra, di quando in quando, un anelito verso un non-luogo che è rifugio da una perenne insoddisfazione. Quello del Villaroel, in particolare, è il disagio di una solitudine fragile e sconfinata, che nella perdita dei valori e nell’alienazione delle città tentacolari vede amplificarsi il senso di precarietà della condizione umana: Rettangolo giallo di case con le finestre aperte e le tendine bianche che sventolano tutte al sole. Il motore dell’officina vibra in un vasto ronzo. Suore in mantelli neri passano timide e sole. E nel meriggio morto, cinta di pioppi, inerte la villa sonnecchia e la vasca si sbava viscida e verde. Ma il Re di bronzo saluta sul grande cavallo di bronzo scalpitate nell’azzurro lucido che si dilata e si perde. Poesia di vasti silenzi, anche quando ad essere evocati sono suoni, rumori, colori. In primo piano sta il dolore, che secondo Villaroel è ciò che differenzia la poesia “vera” dalla ricerca di un’armonia meramente formale: “Le tue poesie “ scrive a Michele Rinaldi in una lettera del 18 aprile 1964 “ sono felicissime come costruzione, suono, immagini, abilità metrica, scorrevolezza, armonia; ma che dentro vi sia il tuo vero mondo, la tua sofferenza, il tuo esclusivo singolare modo di sentire, soffrire la vita, di amarla o disamarla, non si avverte o almeno a me non viene fuori; a me viene fuori il felicissimo creatore di suoni, immagini, versi, canti, l’uomo che si esalta del suo stesso comporre, che si commuove della sua voce; ma che soffra un dolore umano, che sia legato ad una necessità insopprimibile di sentimenti non mi risulta. Canti l’acqua e ne vien fuori un canto musicalmente fascinoso; ma non riesci a comunicare al lettore la tua emozione, non del canto ma del pensiero, non dell’immagine ma della fantasia, non dell’orecchio ma dell’anima.” E’ proprio questo il criterio che lo porta a disdegnare molti grandi poeti contemporanei e a preferire la spontaneità rustica e commovente del suo concittadino Giuseppe Nicolosi Scandurra. “Aveva delle inesperienze espressive” scrive infatti a proposito del poeta-contadino “delle incertezze di costrutto e il suo linguaggio non era tutto del vero dialetto letterario. Che importava! C’era, lì dentro, un lirismo di getto, una delicata tenerezza di sentimento vivo e profondo, un’immediatezza di fantasia e di forme che rivelavano il poeta di razza, il poeta fedele alla grande ispirazione di nostra madre terra.” A conferma dell’importanza fondamentale che il Villaroel attribuisce a questi valori, bisogna sottolineare che, nonostante l’indubbia raffinatezza d’impronta classica (evidente nella scelta del metro, ad esempio), la sua poesia si attiene sempre ad un lessico semplice e chiaro, lontano tanto dalle roboanti sperimentazioni avanguardiste quanto dai virtuosismi ricercati tipicamente “decadenti”. Eppure, nella sua fase giovanile, l’autore catanese aveva mostrato una certa propensione ai canoni dell’estetismo dannunziano, verso i quali lo spingevano soprattutto gli studi classici e la sua innata sensualità. Nel Villaroel più maturo, invece, questo formalismo lascia progressivamente il posto ad una sensibilità nuova, contrassegnata proprio dal rifiuto di ogni artificio che possa offuscare l’intimo travaglio umano; la poesia, quindi, come la vita, diventa tanto più autentica quanto più è sentita, o meglio sofferta. L’utilizzo di un verso lungo, in tal senso, risponde all’esigenza di non spezzare il flusso di coscienza: la metrica barbara - e in particolare l’alessandrino francese - offre al poeta lo strumento ideale con cui i suoi versi possono far “sentire”, appunto, quella coralità di voci interiori: Ma io resterò nella notte per sentire le lacrime dell’ infinito stillare dentro il mio cuore, ora che i grilli hanno levato il coro in questa tristezza profonda fatta d’azzurro e d’oro in cui si sfoglia morendo il rosaio tutto sfiorito. Con la stessa crepuscolarità, l’amore non viene vissuto in una sfera di possesso concreta e immanente, ma accarezzato, quasi vagheggiato, con la nostalgia di un ricordo o di un sogno irraggiungibile: E il cuore t’ebbe per sempre senza averti mai In questo sogno, il desiderio della donna trapassa da un’accesa carnalità tipicamente decadente (Ah resta così: non coprirti; quest’abbandono impudico/ha un acre sapore innocente di verginità primitiva/una sensuale dolcezza di casta ninfa boschiva/che si specchi sul fonte azzurro nel vasto silenzio aprico.) ad un distacco contemplativo quasi “stilnovista” nel quale la bellezza femminile viene colta e goduta quale riflesso dell’armonia del creato, diventando via d’accesso ad una sfera superiore, di liberazione e innalzamento dello spirito. Si leva il vento e porta la tua voce tra le foglie e i ricami della luna “L'essenzialità della donna, in fondo “ scrive Franco Orlandini ” gli era pur sempre rimasta impenetrabile, sotto le forme così cangevoli ed enimmatiche in cui si presenta; e tale incomprensibilità ha indotto Villaroel a considerare le donne, anch'esse, come parte inesplicabile dell'universo arcano.” E questa stessa natura, spenti del tutto gli ardori della gioventù, si trasforma da idilliaco mondo di bellezza a specchio di inquietudine sul quale Villaroel trasferisce i propri fantasmi lirici; a sfondo, quindi, nel quale l’uomo consuma giorno dopo giorno l’angoscia del suo vivere. Sole. Sole. Sole. Un diluvio di sole per la vasta pianura arida che le stoppie disseccate ricoprono d’un lungo lenzuolo giallo. Pare che la morte abbia alitato sul mondo il suo letale respiro, spegnendo ogni germoglio vegetale. E ancora: Sentire l’angoscia muta dei vasti giardini oscuri che una stella malata riguarda con tenerezza suprema. La notte così ci ravvolge con viscide braccia di bruma e l’urlo dei treni c’insegue come il grido d’agonia di un uomo assassinato a tradimento per via. Ciò diventa tanto più manifesto negli scritti della maturità, e non a caso: è quella, infatti, la fase dell’esistenza nella quale i ricordi assumono una gravezza a tratti insostenibile riportando, insieme alla vividezza dei dolori passati, anche i vecchi interrogativi sul senso stesso dello stare al mondo. In tale contesto, il silenzio di Dio accentua fino al parossismo la condizione di isolamento che fa dell’uomo un punto piccolissimo e sperduto, non solo di fronte al resto dell’universo, ma anche rispetto agli altri esseri umani: qualsiasi legame appare illusorio, primo fra tutti l’amore, in ogni sua forma. Oh! triste partire così taciturni e ignoti per un viaggio antico senza un addio che ci lasci senza un sorriso che aspetti, deporre come un bagaglio tutti i sogni e tutti gli affetti e non trovare all’arrivo un solo volto amico. L’uomo è condannato, irrimediabilmente, alla solitudine: a Villaroel, l’esperienza del suo tempo ha consegnato l’immagine di un incolmabile distacco tra essere umano ed essere umano e tra l’essere umano e Dio. Perfino il rapporto uomo-donna, lungi dal costituire l’incontro di due anime che decidono di percorrere insieme il cammino della vita, appare poi viziato, nei fatti, da mille ripicche, gelosie e miserie che ne svelano tutta la cruda inconsistenza. Come dall’intero creato, l’uomo è separato dalla donna in modo quasi ancestrale; lo si avverte da quella partecipazione di tutte le cose allo strazio di questa lontananza, che uomo e donna avvertono maggiormente nel momento in cui sono più vicini: I tetti, ancora assonnati, hanno dei brividi azzurri. I vetri, ancora chiusi, lacrimano di rugiada. E i fanali, nel silenzio verdognolo della strada, muoiono di malinconia, lentamente, ai primi sussurri. Addio! Tu non rispondi. Addio! Mi guardi smarrita, col tremore del pianto soffocato nella bocca aromàta di baci. Questo farsi delle cose un tutt’uno con l’anima è reso con straordinarie pennellate d’effetto da un uso abbondante – e al tempo stesso abile - della sinestesia, come è particolarmente evidente in questi versi, contenuti nella raccolta Il cuore e l’assurdo: E’ primavera. E’ primavera. E il mare ha un riso azzurro e un brivido di seta. Altrove, l’evocazione sinestetica villaroeliana assume forme più articolate, coinvolgendo simultaneamente sfere sensoriali diverse: Deo gratias – Una campana triste come i rintocchi dei funerali risponde nel vuoto freddo di quel silenzio lucido e bianco. E un sole malato d’inverno agonizza pallido e stanco dietro i grandi vetri opachi delle finestre ogivali. Ancora una volta, il silenzio è al tempo stesso lo spazio nel quale l’anima si muove, mentre cerca inutilmente di afferrare e vivere le cose, e la sua irrevocabile condanna; quella dimensione che, mentre lo avvicina, lo isola dagli altri uomini e da Dio. Perché questo isolamento, questo silenzio, non implicano estraneità, né scaturiscono da essa; sono, al contrario, intrinsechi alla prossimità. Dio c’è, e fa sentire la sua presenza in ogni cosa; ma nega all’uomo la possibilità di un dialogo, privandolo dell’unica via d’uscita dalla sua solitudine esistenziale: Dio è in noi, nella polvere, nel vento, nelle cose. Tutto vede e osserva. Ma tace. Circola nel nostro sangue, soffre il nostro tormento, è insonne nel nostro letto. Ma tace. La sua vita è cosí: umile e illimitata. Condanna, perdona, subisce, comanda. Ma tace. Scuote la terra, i mari. Sospende gli astri nello spazio e trema nell' erba. Ma tace. Il mistero è la sua forza. Il dolore è la sua legge. Atterrisce, illumina. Ma tace. Donatella Pezzino Bibliografia
- Giuseppe Villaroel, La tavolozza e l'oboe. Liriche, Ferrara, A.Taddei e Figli Editori, 1920. - Giuseppe Villaroel, Il cuore e l'assurdo, Milano, La Prora, 1933. - Giuseppe Villaroel, Via Etnea, Milano, Ceschina, 1956. - Giuseppe Villaroel, Gente di ieri e di oggi, Bologna, Ed.Cappelli, 1954. - Giuseppe Villaroel, Quasi vento d'aprile, Milano, Mondadori, 1956. - Giuseppe Nicolosi Scandurra, Natura e sintimentu. Con prefazione di Giuseppe Villaroel, Vincenzo Muglia Editore, Catania, 1922. - Franco Orlandini, Giuseppe Villaroel e l'ombra delle cose, Articolo pubbl. su Incontri nr.9/2005 da www.literary.it - La congiura del silenzio. Lettere di Michele Rinaldi e dei suoi corrispondenti (1960-1985), a cura di Bruno Rinaldi, Youcanprint, 2016. - Sebastiano Catalano, Giuseppe Villaroel la vocazione del giornalista, articolo pubblicato su “La Sicilia” del 10 luglio 1985. - Francesco Grisi, I crepuscolari, Newton Compton, 1995. - Annali della Fondazione Ugo La Malfa. Storia e Politica, XXIV, Gangemi Editore, 2009.
Id: 3109 Data: 01/05/2023 08:57:58
|